Matteo Salvini: Nel centrodestra per unire l’opposizione, non per dividere

Centrodestra alle grandi manovre. Se il leader leghista Matteo Salvini è sempre più popolare, e molti sondaggi lo danno come candidato ideale nella sfida contro “l’altro Matteo”, in Forza Italia questa prospettiva sta spingendo la dirigenza ad una presa di posizione comprensibilmente “prudente”.
Al punto che l’eurodeputato e consigliere politico del centrodestraGiovanni Toti si è spinto a proferire un sostanziale altolà: «Matteo, attento a non fare la fine di Gianfranco Fini e Mario Monti. Chiunque ha pensato a coalizzare il centrodestra prescindendo da Berlusconi e Forza Italia non ha fatto una bella fine».
Toti, in un’intervista a Il Giornale, riferendosi appunto alle aspirazioni da leader del centrodestra, da parte del segretario della Lega Nord, dà una valutazione politica della linea di Salvini non certo dal suo punto di vista benevola. Il segretario del Carroccio, secondo Toti, «persegue un’operazione politica chiara: sdoganare la Lega da partito territoriale a partito nazionale con una connotazione lepenista». «Molti dei temi immigrazione, euro, politiche di Bruxelles da rivedere sono assolutamente condivisibili», ammette. Però vuole precisare: «solo che il loro svolgimento necessita di una mediazione, con la sua linea politica si prende qualche voto in più a destra ma si abbandona il centro moderato e non si costruisce un programma alternativo aRenzi che possa avere la fiducia degli italiani. Anche all’estero partiti esclusivamente antisistema come il Front National in Francia o l’Ukip in Inghilterra hanno raccolto molti voti ma non governano», conclude l’eurodeputato di Fi. Dimenticandosi però di osservare che, con le prossime tornate elettorali, sia l’Ukip (che comunque ha visioni non del tutto congruenti con quelle del Carroccio) sia il Fn saranno nelle condizioni di ambire ai vertici del governo o, nel caso francese, direttamente alla presidenza della Repubblica.
La risposta del leader leghista è innanzitutto arrivata sulla sua pagina Facebook. «Leggo delle preoccupazioni di Forza Italia, Fdi e pochi altri per la mia proposta di costruire un’alternativa concreta a Renzi. Mi spiace per loro, sbagliano a preoccuparsi». «Io – ha poi aggiunto – non ho ambizioni personali o “trame segrete”, io non voglio dividere ma unire, sto solo lavorando per un progetto, non solo economico ma anche di valori, che guardi al futuro dei nostri figli, al loro benessere, al loro lavoro, alla loro sicurezza. Sono sicuro che, con coraggio e onestà, saremo maggioranza». «Vogliamo rilanciare la costruzione di un’alternativa a Renzi – ha poi dichiarato Salvini in una videointervista al direttore de la Padania Aurora Lussana pubblicata sul nostro sito- sull’immigrazione, sull’Europa, che ancora oggi difende l’euro, non ha capito o non ha voglia di capire».
Il segretario del Carroccio ha quindi parlato di «temi concreti, dalla scuola alla famiglia, alle alluvioni da evitare e da non piangere con i minuti di silenzio, per cui servono soldi che i Comuni oggi non possono spendere per il patto di stabilità». «Insomma, un centrodestra – ha proseguito – che definire centrodestra è riduttivo». Meglio dire «un’alternativa a Renzi che possa raduanre ambientalisti, casalinghe, farmacisti… gente che è tornata ad avere una speranza. La mia soddisfazione è che sul sito de la Padania e sui social network stiamo tornando a parlare alla gente che magari mi scrive di non votare da dieci anni, ma adesso ci vuole credere. Spero che questo non agiti nessuno, perché è un messaggio positivo, non è un messaggio divisivo. Un messaggio che unisce».
Da segnalare, nel quadro del Centrodestra, anche il dibattito interno alla Lega, con le dichiarazioni del sindaco di Verona Flavio Tosi che, in diverse interviste ai quotidiani dichiara che «nella Lega sono stato il primo a dire che la secessione non si poteva fare, che ci voleva un progetto di respiro nazionale che allargasse il centrodestra. Mi fa piacere che oggi si percorra quella strada. Poi, certo, ci sono i contenuti, e su questo ho le mie opinioni, diverse da quelle del segretario federale», a cominiciare dall’uscita dall’euro ritenuta da Tosi «impossibile». Secondo il sindaco di Verona, intervistato da Repubblica, un partito troppo schiacciato a destra «è il modo migliore per far vincere Renzi a mani basse». Tosi è anche convinto che «se per fermare Renzi vuoi coagulare un soggetto nuovo, questo dev’essere di centrodestra. Da sola, la destra non basta e non vince». Per tornare a Forza Italia, l’eurodeputato Raffaele Fitto, nel corso di una conferenza stampa alla Camera sulle modifiche alla Legge di stabilità, assicura di non essere affatto preoccupato della possibilità che la Lega lanci un’opa sul centrodestra. «Con la Lega io ho dei punti in comune e altri di dissenso – premette – ma è proprio dai contenuti che si deve partire per costruire il centrodestra».
«Salvini fa il suo, è passato dalla secessione alla successione e ora occupa uno spazio. Tocca a Forza Italia tornare a fare il proprio ruolo», conclude.

Legge di stabilità: si scrive Renzi ma si legge tasse (e tagli alle Regioni)

Si scrive Renzi ma si legge tasse. È la perfetta sintesi della legge di stabilità fatta da Guido Guidesi, capogruppo del Carroccio in commissione bilancio a Montecitorio.
«Renzi continua a parlare di manovra espansiva. Abbiamo capito – sottolinea il deputato del Carroccio – ciò che intende dire, espande le tasse in modo irrefrenabile. Con le clausole di salvaguardia inserite dal governo Renzi nel 2016 il rischio è quello di vedere piovere 25 miliardi di tasse in più. La pressione fiscale salirà al 43,6%. Il premier è una sciagura, se scrivi ‘Renzi’, leggi’tasse’». A un giorno dalla scadenza degli emendamenti sul testo della manovra i presagi sono nerissimi. Il primo problema che il Carroccio pone sono i tagli alle regioni, una strada che se confermata dal governo provocherà una vera e propria ribellione del Carroccio. Lo ha già detto chiaramente ieri in conferenza stampa lo stesso segretario Matteo Salvini insieme con i due governatori Roberto Maroni e Luca Zaia. «La Lombardia è pronta a reagire come si conviene se non ci saranno delle aperture sulla legge di stabilità e sui tagli previsti alle Regioni» ha ribadito il presidente della Lombardia che ha spiegato che la prossima settimana ci sarà una nuova riunione di confronto con il governo, ma «non vedo grandi aperture, al di là di quelle di facciata, quindi temo che saremo costretti a reagire e la Regione Lombardia reagirà come si conviene», anche con forme di «protesta fiscale». Maroni è sicuro: «Mi aspetto che Renzi dia attuazione al suo impegno di applicare i costi standard: se lo farà – ha aggiunto -, bene, se non lo farà le conseguenze le pagheranno i cittadini lombardi». Il governatore ha anche ricordato l’incontro che si terrà a Milano lunedì prossimo con i parlamentari lombardi su questo tema e ha auspicato che «una volta tanto tutti i parlamentari della Lombardia si mettano assieme per una causa comune». Sulla stessa linea d’onda anche il presidente Zaia. «Quattro anni fa – dice Zaia – avevamo una cifra disponibile di 450 milioni di euro, oggi ne abbiamo 79 milioni. E da qui bisogna tagliare ancora. Si capisce che facendo così si taglia alla sanità, si chiudono ospedali e non si danno più servizi ai cittadini quindi questa legge di stabilità così com’è è da bocciare». Intanto proseguono anche le critiche da parte degli enti locali che dovranno subire altri tagli fino a 3,7 milioni di euro mentre non ci sono buone novità nemmeno sugli altri fronti. Un esempio? Tra le voci che circolano nei palazzi c’è persino quella che vuole abbassare la soglia dei 90 mila euro lordi per poter accedere al bonus bebè di 80 euro. Un modo per far cassa, dopo aver spremuto come limoni pensionati e operai.
Altro inganno è il tfr in busta paga, l’ennesimo bluff di Renzi e Pier Carlo padoan. Se anche il Parlamento confermerà la tassazione ordinaria decisa dal Consiglio dei Ministri nel disegno di legge di Stabilità, l’aumento del livello di imposizione rischia di non rendere appetibile l’anticipo del Tfr in busta paga. Secondo i calcoli elaborati dall’Ufficio studi della Cgia, infatti, l’incremento del carico fiscale per chi volesse chiederne l’anticipazione, rispetto all’erogazione della liquidazione al termine del rapporto di lavoro, oscillerebbe tra i 230 e i 700 euro circa. Ovviamente l’aggravio fiscale tende ad aumentare al crescere del livello di reddito del soggetto richiedente. Dalla Cgia ricordano che a fine carriera lavorativa la liquidazione viene tassata separatamente con la media delle aliquote degli ultimi cinque anni che tiene indebitamente conto delle detrazioni per lavoro e per i carichi familiari. Nel caso dell’anticipazione introdotta dal governo Renzi, invece, quest’ultima si cumula con il reddito e conseguentemente aumenta anche la tassazione. Infatti, l’aumento del reddito dovuto all’integrazione legata al Tfr mensile in busta paga viene tassato con l’aliquota marginale, ovvero quella che interessa la parte più elevata del reddito. Inoltre, quando aumenta lo stipendio si riducono gli effetti economici delle detrazioni per i figli a carico e quelli legati agli assegni familiari. Infine, mentre la liquidazione erogata a fine carriera è «risparmiata» dall’applicazione delle addizionali comunali e regionali Irpef, l’anticipo mensile no. Altra beffa la denuncia Davide Caparini: «Ci opporremo a questo ulteriore scippo dalle casse previdenziali delle lavoratrici e dei lavoratori» secondo il deputato del Carroccio siamo di fronte a «un altro duro colpo per il settore termale».
La legge di stabilità, infatti, all’articolo 26 sopprime le prestazioni economiche di Inps ed Inail per le cure termali garantite dal Sistema Sanitario Nazionale. Sino ad ora l’Inail garantiva, dopo una verifica medica, il rimborso delle prestazioni (di natura sanitaria ed economica) richieste dai lavoratori infortunati o affetti da malattia professionale, i malati di silicosi o di asbestosi, senza limiti. L’Inps, invece, poteva concedere prestazioni finalizzate a ritardare o curare uno stato di invalidità, limitatamente alle sole cure per le patologie bronco-asmatiche e reumo-artropatiche, a favore dei lavoratori dipendenti e autonomi. Il taglio è di 69 milioni di euro che passeranno dagli Enti previdenziali direttamente nelle casse dello Stato.

Nazareno 2, Silvio e Matteo inciuciano ancora

Altro che ricostruzione del centrodestra. Quello a cui sta davvero lavorando Silvio Berlusconi è la ricostruzione del Patto del Nazareno, minato qualche settimana fa dall’azzardo di Matteo Renziche ha improvvisamente cambiato le carte in tavola chiedendo che il premio di maggioranza venga assegnato non più alla coalizione ma alla singola lista vincitrice del ballottaggio. Una tale rielaborazione dell’Italicum farebbe chiaramente il gioco di Renzi e del suo progetto di Partito della Nazione (aperto ai transfughi di Ncd, ai reduci di Scelta Civica e Sel e forse, chissà, anche ai berlusconiani) mentre azzopperebbe irrimediabilmente Forza Italia che, sondaggi alla mano, oggi non arriverebbe nemmeno al ballottaggio. Per accettare una tale rivisitazione dell’Italicum, dunque, Forza Italia dovrebbe ottenere in cambio contropartite eccezionali come ad esempio, si sussurra, una modifica alla legge Severino in grado di restituire l’agibilità politica al Cavaliere. Anche in questo caso, però, Berlusconi dovrebbe rifletterci su perché il gioco potrebbe non valere la candela.
Nelle due ore trascorse a Palazzo Chigi, comunque, un modello di massima sembrerebbe essere emerso: premio di maggioranza a chi ottiene più del 40 per cento dei voti, soglia di sbarramento al 5 per cento e preferenze per tutti tranne che per i capilista, bloccati e scelti dai leader. Se siano proprio questi i termini dell’intesa tra Renzi e il Cav lo sapremo questa mattina quando il premier ha convocato la segreteria nazionale del Pd proprio per riferire del colloquio con Berlusconi. Il nuovo patto del Nazareno, azzardiamo, alimenterà nuovi malumori nella minoranza bersaniana che sta già combattendo la battaglia sul Jobs Act mentre è certo che non piaccia a Matteo Salvini. «Pranzo fra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale, accordo fra 5 Stelle e PD sulla Corte Costituzionale – riassume il segretario in un post sul suo profilo facebook – Intanto l’Italia annega, fra disoccupazione e immigrazione. Sono felice che la Lega si occupi di altro: via la Legge Fornero!».

Sondaggi politici elettorali Swg e Ixe: Salvini supera Grillo e la Lega vola

Secondo gli ultimi sondaggi politici elettorali realizzati da due importanti istituti sondaggistici quali Swg e Ixè il Pd risulta stabile, la Lega Nord in salita e Matteo Salvini continua a conquistare la fiducia degli elettori.

 

Sondaggi politici elettorali Swg e intenzioni di voto

I sondaggi politici elettorali di Swg, realizzati per Affari Italiani evidenziano la stabilità del Pd e il calo del Movimento 5 Stelle. Quello che continua a sorprendere e la continua crescita della Lega Nord.
Il Pd, con una crescita dello 0,9% rispetto alla scorsa settimana, si attesta al 41,5%.
Il M5S registra un calo di mezzo punto percentuale attestandosi al 18%.
Per Forza Italia un leggero aumento dello 0,6% riporta le preferenze al 16,3%.
La Lega Nord raggiunge il suo record di preferenze arrivando, secondo le statistiche di Swg, al 9%.
Ncd al 3,8%
Fratelli d’Italia al 3%
Sel al 2,5%.

 

Sondaggi politici elettorali di Ixè e intenzioni di voto

Gli ultimi sondaggi di Ixè realizzati per la trasmissione Agorà oltre alle intenzioni di voto indagano anche sulla fiducia riposta dagli italiani nei leader politici.
Matteo Salvini, leader della Lega Nord, raggiungendo il 20% supera in preferenze Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, fermo a quota 19%. Il primo posto è occupato saldamente dal premier Matteo Renzi con il 47% delle preferenze.
Angelino Alfano dovrebbe dimettersi dalla sua carica di ministro per il 39% degli intervistati.
I dati sulle intenzioni di voto raccolti da Ixè differiscono lievemente da quelli di Swg, il Pd, infatti, ha registrato un lieve calo che lo ha portato al 39,7%seguito dal M5S fermo a quota 20%. Terzo posto stabile per Forza Italia al 15%. Anche Ixè registra una significativa crescita della Lega Nord che si attesta all’8,4% seguita da Sel al 3% e da Ncd al 2%.

Come finirebbero le primarie del Centrodestra se la sfida fosse Salvini-Berlusconi? “Vincerebbe nettamente Matteo Salvini”

Alessandro Amadori di Coesis Research. Non solo. Una lista unitaria “partirebbe dal 30% e potrebbe arrivare fino al 45, battendo il Pd di Renzi“. Bocciato invece Passera, “tecnocrate alla Monti”

IL PIANO DI SALVINI – Lanciare un nuovo contenitore di Centrodestra, escluso Alfano, per presentarsi uniti nel caso in cui cambi l’Italicum

IL PIANO DI BERLUSCONI – Ricandidarsi alle elezioni come candidato premier. vista la forte convinzione che la Corte di giustizia Ue gli ridarà la piena agibilità politica

Di Alberto Maggi (@AlbertoMaggi74)

E’ la domanda che tutti si pongono in queste ore: chi vincerebbe la sfida tra gli elettori di Centrodestra tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi se ci fossero le primarie per scegliere il candidato premier? “A oggi vincerebbe sicuramente il leader della Lega e anche abbastanza nettamente, probabilmente 55% a 45. Ma il divario potrebbe anche essere più netto”, spiega ad Affaritaliani.it Alessandro Amadori, numero uno di Coesis Research. “Salvini è il nuovo e gli elettori scelgono sempre l’albero giovane, perché vincente e con linfa vitale rispetto all’albero inaridito. E’ una fatto biologico”. E ancora: “In questo momento Salvini è l’unico che può competere con Matteo Renzi”. Non solo. Una lista di Centrodestra guidata dal segretario del Carroccio “partirebbe dalla base del 30% ma potrebbe anche raggiungere il 45% e vincere le elezioni politiche“. Amadori boccia Corrado Passera, anche lui in lizza per guidare il Centrodestra. “E’ stato un ottimo capo delle Poste e ha trasformato una struttura vecchia e burocratica in un’azienda sana e che funziona. Grande manager pubblico ma politicamente non funziona. Viene visto come tecnocrate modello Monti e gli italiani ormai hanno sono allergici ai tecnocrati”.

IL PIANO DI SALVINI – Secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, Salvini intende lanciare prima di Natale un contenitore politico che in prospettiva raggruppi tutte le forze di Centrodestra, escluso l’Ncd di Alfano (ma ovviamente anche l’Udc di Casini) per poi presentarsi con una lista unitaria alle prossime elezioni politiche nel caso in cui dovesse passare la riforma elettorale con il premio di maggioranza al partito e non alla coalizione, così come intende modificare l’Italicum il premier. Un raggruppamento popolare aperto alla Lega, a Forza Italia, a Fratelli d’Italia della Meloni ma anche alle associazioni e a movimenti che si riconoscano nel progetto del leader leghista. I partiti resterebbero in vita e si presenterebbero alle Amministrative e alle Regionali in modo separato ma la lista unitaria servirebbe per fronteggiare il Pd dopo la modifica dell’Italicum che vuole apportare il premier.

IL PIANO DI BERLUSCONI – Ma l’ex Cavaliere ha progetti diversi. Non a caso dopo l’intervista di Libero a Salvini è partito l’ordine da Arcore di attaccare il segretario del Carroccio. In attesa del discorso che Berlusconi farà giovedì ai gruppi parlamentari a Roma, secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, il leader di Forza Italia è convinto che la Corte di giustizia europea lo riabiliti e quindi punta a essere lui il candidato premier alle prossime elezioni politiche. Un percorso lungo, ovviamente, ed è per questo che Berlusconi è disposto ad accontentare il presidente del Consiglio per evitare il voto anticipato. Per questo l’ex premier non vede di buon occhio l’ascesa di Salvini. Con Bossi era facile fare accordi nelle mitiche cene del lunedì sera ad Arcore, ma il giovane eurodeputato del Carroccio ha ambizioni nazionali che contrastano con i piani di Berlusconi.

Per Le Monde anche se abrogato il TTIP durerà 20 anni

Ormai le trattative per sul TTIP proseguono da mese nel silenzio totale dei Media.

Scrive l’Euroscettico.com al riguardo:

[quote2]I trattati internazionali come il TTIP servono a legalizzare dei principi che non vengono accettati in condizioni normali dai singoli paesi ed a consolidare le relazioni commerciali a lungo termine in modo da ostacolare i governi impedendo loro di cambiare politica di fronte a circostanze che non sono più ritenute soddisfacenti. Nel caso specifico dell’accordo tra Usa ed Europa, queste si impegnano a liberalizzare una serie di settori economici, al fine di spezzare i monopoli pubblici e cercare di garantire pari opportunità alle imprese private ed agli operatori pubblici. Il problema che sembra subito prospettarsi è che i complicati meccanismi di arbitraggio che il trattato vuole creare sembrano impedire di attuare la legge per salvaguardare la libertà delle imprese in determinati ambiti. [/quote2]

Questi meccanismi sono stati da sempre ed in gran parte rifiutati dall’Unione Europea ma portare avanti un discorso di partnership con gli Stati Uniti significa limitare la capacità decisionale dei singoli governi nel caso in cui decidano di cambiare opinione. Se un giorno ai vertici europei dovesse salire un governo di estrema sinistra che vorrebbe stralciare il trattato transatlantico, l’Ue rimarrebbe impegnata con gli Stati Uniti per diversi anni a seguire.

Infatti, i trattati di questa portata hanno al suo interno clausole che prevedono clausole in base alla quale i principi restano attivi per 10 o anche 20 anni ed è per questo che se si decide di firmare l’accordo bisogna essere assolutamente sicuri di farlo considerando che il TTIP potrebbe avere un impatto notevole sulla vita dei cittadini.

Il trattato potrebbe influenzare notevolmente i prezzi dei prodotti ed il beneficio andrà solamente alle imprese che riusciranno facilmente ad esportare da una zona all’altra o vi si insedieranno. Ma, aprendo il mercato agli Stati Uniti c’è il forte rischio di indebolire alcuni settori chiave dell’economia come ad esempoi l’agricoltura.

Il grande potenziale di #Salvini e della lega nel panorama politico nazionale

Nel panorama politico italiano, l’unica forza che manifesta un forte potenziale di crescita è la Lega Nord. Finito lo slogan di “Roma ladrona”, anche perché in quanto a scandali il nord non è secondo a nessuno, con pazienza e volontà il partito leghista ha saputo risalire la china utilizzando al meglio le sue caratteristiche di concretezza e semplicità. Consapevole del fatto che bastoni e fucili evocavano esclusivamente scenari pericolosi ed inaccettabili, la Lega con Matteo Salvini, Flavio Tosi, Luca Zaia e, ovviamente, Roberto Maroni, ha capito la necessità di assumere posizioni più equilibrate seppure forti e determinate.

I leaders del nord hanno metabolizzato la certezza che per vincere in Italia il settentrione non può bastare ma serve un consenso, che seppure in proporzioni diverse attraversi tutta la penisola. Per questo, da qualche mese, l’attenzione all’elettorato di Roma e del centrosud si è andata amplificando e intensificando. Piaccia o no, senza mezza Italia e soprattutto senza Roma è difficile pensare a risultati a doppia cifra. Dunque tanto di cappello a Salvini and partners, che senza rinunciare alla spiccata territorialità, con saggezza hanno iniziato a fraternizzare con l’intero Paese.

Con Matteo Renzi, che spadroneggia spavaldamente, l’importanza di un’opposizione netta e solida può diventare l’unica ancora per quella enormità di elettorato rimasto orfano del centrodestra. Non si contano, infatti, gli errori politici che da Mario Monti in giù, l’ex Popolo della Libertà (Pdl) è riuscito ad inanellare con il risultato di disperdere milioni di voti finiti nel bacino dell’astensionismo.

La Lega può farcela, può recuperare quel consenso sia sull’onda dei suoi cavalli di battaglia (tasse, immigrazione, euro), sia mantenendo una posizione di opposizione netta in Parlamento. Detto questo, secondo noi, esistono però delle ulteriori condizioni che Salvini dovrebbe considerare per puntare davvero in alto. Sono di forma e di sostanza e non ce ne voglia il segretario se ci permettiamo di suggerirne alcune. Innanzitutto l’immagine casual va bene ma troppo no, felpe e magliette con slogan non sempre servono, un leader in Italia e in Europa ha bisogno di uno stile che seppur moderno non può essere quello del teenager. Immediatamente poi, la grinta e la vis polemica, pacatezza e pause di background non trascinano a condividere la passione delle ragioni, degli argomenti e dell’antagonismo politico nei talk-show.

Da ultimo servirebbe un manifesto di politica economica e sociale, una sorta di contro-programma di Governo da annunciare agli italiani. Un tavolo di esperti, ingaggiato ad hoc, che da nord a sud elencasse le proposte di politica fiscale, industriale, sociale, estera ed economica per strappare il Paese dalle grinfie della crisi, dei patti europei di Equitalia e della burocrazia. Insomma, una specie di New Deal della fiducia, del senso laico dell’amor patrio, delle eccellenze interne, delle energie italiane e delle necessità per affermarle e rilanciarle.

In questo momento, con Renzi unico titolare della scena trasformata in una ribalta personale di arrivismo sconsiderato al quale tutti si piegano incomprensibilmente, la Lega può prendere in mano le sorti dell’opposizione creando attorno a sé un grande polo di riferimento. Del resto se Beppe Grillo è riuscito a prendere il 25 per cento, perché non pensare in grande. L’Europa scricchiola sempre di più e l’Italia balla sul precipizio, la finanziaria del Governo è l’ennesimo gioco di illusione, di numeri a caso e di tasse nascoste dal nome salvaguardia. Un goffo maquillage sbugiardato dall’Europa, di cui francamente dovevamo fare a meno. Serve altro, serve un Governo diverso, una seria alternativa che restituisca speranza e futuro alla gente e alle aziende.

Caro Salvini, lei può avere un grande compito e una grande occasione, offrirci un’opzione e rifondare il centrodestra, ci provi e buon lavoro!

di Elide Rossi e Alfredo Mosca – L’Opinione

Salvini scalda i motori: via alla sfida di una nuova destra

—- Articolo pubblicato sul sito della Stampa —-
In un’ampia intervista pubblicata ieri da Libero, Matteo Salvini ha particolareggiato un programma politico i cui contorni erano intuiti da tempo: andare oltre la Lega e costruire una destra lepenista alternativa a Silvio Berlusconi. Il programma – detto in sintesi come succede nelle interviste – è di quattro punti, 1) no alle moschee 2) no all’immigrazione 3) drastico taglio delle tasse 4) no a questa Europa di sinistra. Che l’idea non sia sciocca lo dimostrano le reazioni arrivate ieri da Forza Italia, si direbbe preregistrate e certamente collettive, prime voci Mariastella Gelmini («Berlusconi è un leader da cui non si prescinde»), Paolo Romani («senza Berlusconi il centrodestra diventa il sindacato giallo del governo»), Sandra Savino («senza Berlusconi, Salvini non esisterebbe»), Deborah Bergamini («in Italia senza Berlusconi non esisterebbe il centrodestra»). Quello che sfugge a tutti, ed evidentemente alla Bergamini, è che il segretario della Lega è disinteressato a un centrodestra e tanto più se c’è dentro Berlusconi, che definisce un signore impegnato a rimettere in piedi Forza Italia, roba di vent’anni fa, e intorno «il mondo è cambiato».

Il professor Alessandro Campi, uno che quell’area l’ha frequentata (è docente di Storia delle dottrine politiche a Perugia e tentò l’impresa disperata di costruire una destra europea, come si usa dire, insieme con Gianfranco Fini) riconosce che la mossa di Salvini è quella di un capo impegnato a cambiare fronte, spostato dalla Roma ladrona alla Bruxelles della finanza: «E soprattutto sta abbandonando Forza Italia, e dunque la rivoluzione liberale», di cui la Lega non è stata paladina ma fiancheggiatrice, «per fare un’operazione sul quel che resta della vecchia nemica, Alleanza nazionale, di modo che nasca un soggetto di destra radicale». Tatticamente una soluzione quasi obbligata, viste le inapprezzabili differenze fra Berlusconi e Matteo Renzi. Si apre un varco a destra ma purtroppo Giorgia Meloni, segretario di Fratelli d’Italia, lo sta valutando e ieri non era ancora giunta a una conclusione: per ora non si pronuncia. Eppure Salvini l’aveva tirata in ballo come componente gradita, se ci stesse, del nuovo soggetto politico: non un partito, nemmeno una coalizione, che sarà lo vedremo, e però benedetto da Umberto Bossi: «Sarà la Lega dei popoli».

Ecco, anche questo è un punto vero: l’eterna frontiera della Lega è il sud, dove prevale un sentimento di diffidenza verso i barbari-razzisti del nord. Antonio Noto, direttore di Ipr Marketing, spiega che i sondaggi sono davvero ottimi, danno la Lega al nove per cento, quando il record è del dieci e mezzo in un centrodestra vincente, e non guasto come quello attuale; e però «gli elettori sono ancora tutti a settentrione, dove la Lega tocca punte del trenta per cento, mentre non abbiamo segnali di incremento al sud». Nel frattempo, però, Salvini cerca di stabilire almeno un contatto ideale e geografico, per esempio con Pietrangelo Buttafuoco, catanese, uomo solidamente di destra e che non si tira indietro: «Salvini ha un’idea così politicamente scorretta da assecondare me nella battaglia contro l’autonomia siciliana di Buttanissima Sicilia (il penultimo e fortunato libro di Buttafuoco, ndr)». Inoltre, aggiunge Pietrangelo, «l’unica opposizione a Renzi, premier illusionista, è la realtà». E uno dei pochi capaci di interpretarla, dice, è proprio Salvini. Il quale, intanto che si propone di radere al suolo le moschee, chiede una mano, oltre che a Buttafuoco, anche a Massimo Fini ed è piuttosto curioso dal momento che i due non sono propriamente iscrivibili nei sostenitori della civiltà occidentale: Fini fra l’altro ha scritto una biografia del Mullah Omar di aperta simpatia (sebbene consideri l’islam una «religione cupa»).

Insomma, un po’ di confusione c’è – Buttafuoco si dice sicuro, sorridendo, che il caso di Salvini è il classico di chi «predica male e razzola bene» -, un po’ di indecisione pure, e un po’ di vaghezza cronica, che è la malattia incurabile del centrodestra italiano. C’è tutto questo e tuttavia, come si è visto, c’è anche lo spazio. Non si considera soltanto l’inedia berlusconiana e, spesso, degli ex An, ma anche i colpi che sta perdendo Beppe Grillo, soprattutto sul versante antieuropeista lungo il quale Salvini si muove con Marie Le Pen (certo, con battaglie surreali tipo l’idea di sospendere Shengen per resistere all’epidemia di ebola).

Noto conserva qualche dubbio: «La Lega potrebbe prendere voti a Grillo perché il Movimento ha un elettorato molto trasversale, ma il vero problema di Salvini è che un conto è l’apprezzamento riscosso da leader nordista, altro l’apprezzamento riscuotibile da leader di destra. Badate che gli elettori della Lega non necessariamente si sentono di destra, per esempio sono razzisti a loro insaputa, e cioè razzisti 2.0, non più per questioni di razza ma territoriali. Un Salvini che si mettesse coi fascisti di Casa Pound non necessariamente crescerebbe: perderebbe qualcosa da una parte, guadagnerebbe qualcosa dall’altra, e il saldo sarebbe un’incognita». Un buona riflessione e appartiene anche a Campi, persuaso che nella migliore delle ipotesi Salvini costruirà una destra lepenista condannata «a essere una forza antagonista ma mai di governo». E in particolare, conclude un amareggiato Campi, una destra «lontana di molto alla destra di cui altrove si sono dotati da decenni».

Mattia Feltri – La Stampa