Lega: pronta la sfida di #Salvini al Centro Sud, venerdì il battesimo

Il movimento che Salvini ha in testa “non teme le contestazioni, del resto – osserva Volpi – sono sempre gli stessi a contestare: persone che non hanno speranze, non hanno idee e non guardano al futuro. No, non ci fanno paura. Noi guardiamo a tutte le persone perbene, nessuno escluso, provenienti da tutte le culture politiche. Partendo dal centro.

Forse è proprio questa l’unica alternativa possibile”. Salvini punta al coinvolgimento diretto di giovani, professionisti, imprese.

Insomma, sembrerebbe essere la ‘società civile’ prima ancora che qualunque gruppo organizzato, il motore di questo nuovo progetto a cui il segretario ha lavorato quasi in completa autonomia, con l’aiuto solo di un pugno di fedelissimi. Proprio ‘tenere a bada’ quelli che lui stesso ha definito ‘gli infiltrati’ o ‘i riciclati’ è stato uno dei principali problemi che il leader della Lega si è trovato ad affrontare. ‘Blindare’ il nuovo soggetto rispetto ai tanti che ambirebbero a salire sul carro del Salvini vincitore è stato il lavoro principale del leader leghista, il cui timore parrebbe essere più quello di ‘mischiarsi’ con situazioni che considera già bruciate piuttosto che non quello di raccogliere abbastanza consensi.

Anche perché il nuovo soggetto ‘con Salvini’ si configurerà, almeno secondo quanto trapelato finora, come una struttura snella che non avrà bisogno necessariamente di appoggiarsi su ‘apparati’ già esistenti. Giù dal carro, quindi, almeno per il momento, tutti gli ex e i vari movimenti, partiti e partitini che puntano sulla nuova Lega: intanto il segretario porta avanti il ‘suo’ movimento, tempo per le alleanze fino alle elezioni poi ce n’è sempre.

#Salvini: agli italiani la scelta tra programma mio e di Fi

Silvio Berlusconi non e’ piu’ il leader del centrodestra, ma di Forza Italia, e gli italiani sceglieranno, con le primarie, tra il programma della Lega e quello di Forza Italia. Lo ha detto il leader del Carroccio Matteo Salvini, in un’intervista al Diariodelweb.it “Per lei, Berlusconi e’ ancora il leader del centrodestra? E se si rimettesse con Alfano, come si comporterebbe la Lega?”, ha chiesto Diariodelweb.it. “No. Berlusconi e’ il leader di Forza Italia”, ha replicato Salvini, spiegando che “con Alfano non ho niente a che fare, perch� sta con Renzi che non fa politica di centrodestra, e se esistera’ un nuovo centrodestra, il leader, cosi’ come il programma, lo sceglieranno gli italiani con le primarie”. Il leader del Carroccio ha ribadito il suo sostegno a “primarie serie” e riconosciuto che sono “una delle poche cose positive che ha introdotto la sinistra. I leader non si scelgono piu’ in salotto, controllando chi va a votare, preferibilmente”. Riguardo l’eventuale sfida a Berlusconi alle primarie, Salvini preferisce “non metterla sul personale; porterei un programma, probabilmente in parte diverso rispetto a quello portato da Forza Italia, e sarebbero gli italiani a scegliere”.
ASKANEWS

“Infiltrati dell’Isis tra gli immigrati sbarcati in Sicilia”, aperta indagine a Palermo

L’allarme lo aveva lanciato l’ambasciatore italiano a Tripoli proprio  lo scorso luglio. Ora, quello che sembrava semplicemente un timore, rischia di trasformarsi in realtà. La procura di Palermo ha infatti aperto un’indagine, coordinata dal pm Gery Ferrara, su possibili infiltrazioni di terroristi dell’Isis tra i migranti sbarcati negli ultimi mesi in Sicilia. A segnalare il rischio sarebbero stati ambienti dei Servizi Segreti.

Solo nel 2014 sull’Isola sono approdati 197mila migranti: un numero enorme di persone – dicono gli inquirenti – che moltiplica il pericolo.

Le informazioni riservate raccolte dalla Procura di Palermo, che ha affidato l’inchiesta al pool antiterrorismo, vanno oltre l’allarme generico. Alcuni dei sospetti avrebbero già lasciato il territorio italiano, altri si troverebbero ancora nel Paese.

La notizia è stata confermata anche dal procuratore capo facente funzione di Palermo Leonardo Agueci che, parlando con l’Adnkronos, ha spiegato che “il fascicolo è stato aperto tempo fa sulla scorta di diverse segnalazioni arrivate nei nostri uffici. Si tratta, al momento di un monitoraggio, che fino ad ora non ha dato alcun esito concreto. Se ne occupa la Digos”.

Si trattarebbe in particolare di profughi provenienti dalla Libia e dalla Siria.

Salvini continua a crescere. Grazie alle baggianate di chi lo demonizza

Non hanno ancora imparato la lezione, in politica la criminalizzazione non paga. Non ha pagato nei difficilissimi anni di piombo, quando i partiti del tristemente famoso arco costituzionale demonizzavano il Msi di Giorgio Almirante, un partito che ha resistito a bombardamenti mediatici senza precedenti. Con le dovute differenze di epoca, di livello, storia, cultura e carisma, la criminalizzazione non ha mai pagato: nel ventennio berlusconiano, quando il centrodestra è stato messo sulla graticola da un gruppo di toghe politicizzate. Più aumentavano le inchieste e più nell’opinione pubblica si rafforzava l’idea della persecuzione giudiziaria. Non sta pagando oggi, nei confronti di Matteo Salvini. Perché continuare a presentarlo in tv come una sorta di “mostro”, accusarlo di essere estremista, razzista e intollerante per le sue prese di posizione scomode, finisce per trasformarlo in “vittima”.

I sondaggi continuano a premiare Salvini

Non è un caso se i sondaggi danno la Lega in costante crescita. Fa molto discutere e riflettere il sondaggio Ixé per Agorà (Rai3) che sostiene, per esempio, che il 14% degli elettori meridionali potrebbe appoggiare la formazione di Salvini. Lui viene preso di mira perché – secondo i paladini del politicamente corretto – sfrutta l’esasperazione della gente. Ma dall’opinione pubblica le sue tesi vengono percepite in maniera diversa e questo molti esponenti della sinistra non lo capiscono: essere contro l’immigrazione senza controlli non significa infatti essere razzisti e lo stesso può dirsi se si chiede sicurezza nei quartieri dove sorgono campi nomadi. Essere a favore dell’abbassamento delle tasse non significa essere demagogici perché la gente non ne può più di un peso fiscale che ha raggiunto livelli record. Essere contro Mare Nostrum è logico nel momento in cui è noto il fallimento di un’operazione che ha trasformato la nostra Marina in un taxi.

Ma i leader avversari insistono…

Nonostante ciò, si continua con l’ironia e la demonizzazione. Negli ultimi giorni si è messo in mostra Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc, sostenendo che «Salvini dice baggianate populiste e Berlusconi gli va appresso». Non si è sottratto alla stessa tentazione Matteo Renzi: «Io quando non dormo la notte non è perché penso a Salvini». E ancora, in risposta alle accuse della Lega, la frase del premier che ha fatto ridere tutt’Italia: «I campi rom noi li abbiamo smantellati». C’è da chiedersi dove e quando. Frasi che permettono a Salvini una risposta ironica e pungente: «C’è qualche piccolissimo problema di corruzione all’interno del Pd, temo». Il massimo l’ha raggiunto Beppe Grillo: «Salvini è stato messo lì apposta perchè fa parte dell’establishment». Troppo surreale. E Salvini raccoglie consensi. Grazie a chi lo critica.

UE invasa dai pomodori marocchini, coltivatori europei in rivolta

Marocco-Europa: è guerra dei pomodori. Rabat inonda il mercato e l’Unione europea vede rosso.

A fronte di un’esportazione che ha superato il 50 per cento del volume dell’anno scorso, i produttori spagnoli, francesi e italiani cercano di fare barriera e bussano alla porta della Commissione europea. L’allarme è partito da Marsiglia. Il mercato di Saint-Charles, principale porta d’ingresso dei prodotti agroalimentari in Europa, ha registrato l’aumento delle importazioni con una crescita del 66 per cento a ottobre e del 55 per cento a novembre. Quanto basta per far insorgere i produttori del Vecchio Continente.

Riuniti sotto la sigla Fepex, spagnoli, francesi e italiani hanno denunciato “il disordine delle esportazioni marocchine che turba il mercato comunitario con conseguenze disastrose, in particolare per i tre paesi”. In tutto il bacino del Mediterraneo la partita dei pomodori è una guerra che si combatte da anni, a colpi di fioretto legale.

L’ultimo accordo siglato risale alla scorsa primavera. Ma è all’interno della politica agricola comunitaria che si estende fino al 2020 che si inseriscono le continue scaramucce con il Marocco. Il regno di Mohammed VI è il quinto esportatore mondiale di pomodori. Le esportazioni dell’ortaggio rosso alla base della cucina mediterranea rappresentano il 53 per cento delle esportazioni complessive del comparto agricolo, con una media annuale che si attesta sulle 450 mila tonnellate l’anno, almeno fino al 2013. Un giro d’affari di 3.500 milioni di dirham, quasi 315 milioni di euro. Una somma che rappresenta l’11 per cento del valore totale delle esportazioni di prodotti alimentari. E il mercato europeo assorbe l’85 per cento dell’esportazione di pomodori, soprattutto tondi, che arrivano prevalentemente in Francia e Spagna, in minor misura anche in Italia. Un sistema che incrocia quote, valori forfettari di importazione ed esonero dai dazi doganali regola il prezzo, ma l’equilibrio è precario. Il protocollo d’accordo tra Europa e Marocco prevede comunque che l’Ue intervenga quando l’importazione di prodotti marocchini supera i livelli medi, per non turbare il mercato e non pregiudicare il comparto. Proprio il caso che i produttori europei ora segnalano. (ANSAmed)

Le bollicine italiane fanno i conti con la crisi, anche per le Feste

I prezzi alti non stimolano l’acquisto e così i consumi si fermeranno allo stesso livello del 2013, ben lontani dalle 2 bottiglie pro capite toccate durante le festività natalizie del 2008 e 2009.

“Non si può parlare di crisi economica e di consumi dopo 8 anni di riduzioni continue, siamo in stagnazione consolidata, ovvero una ridimensione della vita e della spesa quotidiana”, questo in sintesi il commento dell’OVSE, osservatorio economico nazionale dei mercati e consumi vini e vini spumanti, sui consumi delle feste 2014-2015. Dal 1991 l’OVSE  ha registrato una crescita continua di consumi, sviluppo ed export annuali e globali con solo alcuni incroci di tipologie degli spumanti italiani: in 22 anni,  si è passati da un consumo annuo di 100 milioni di bottiglie Dop alle attuali 400 milioni, da 13 milioni di metodo tradizionale ai 23 milioni di oggi. Grazie all’export un mercato positivo anche negli ultimi anni.
Per i consumi “durante le feste”, registriamo un ulteriore calo, più contenuto degli anni precedenti. Il primo exit-poll sulle stime dei consumi di fine anno è confortante: a 1 bottiglia di spumante non si rinuncia, ma lontani i tempi delle 91 milioni di bottiglie stappate da 8 dicembre a 6 gennaio (2008-2009). Per le feste correnti si stima che voleranno meno di 50 milioni di tappi made in Italy, valore al consumo intorno a 420 milioni di euro (identico al 2013). In calo anche i tappi targati Champagne, intorno a 2,4 milioni di pezzi compresi i regali (calo del 30% rispetto agli anni d’oro).

Durante le feste 2008-2009 si è toccato l’apice di 2 bottiglie procapite (italiani adulti in età da lavoro), oggi si parla di stagnazione, di blocco, di rinuncia consolidata, se la situazione generale non dovesse ancora peggiorare. Un calo in 6anni intorno a 45% nel solo periodo di feste.

Per una prima valutazione su basse annua, il sondaggio segnala una sostanziale tenuta dei consumi nell’arco dell’anno, per cui si può presumere che rispetto al 2009 il calo sarà intorno al 18%. Durante le feste del 2013, la spesa degli italiani per le bollicine si fermò a 420 mil/€. Uguale a quella stimata per il 2014, vuol dire che il prezzo finale a bottiglia (escluso le promo occasionali di richiamo natalizio che sono in dumping)cresce rispetto al 2013. “I prezzi decisamente sostenuti  negli scaffali e in enoteca non stimolano l’acquisto” rispondono gli italiani al questionario.

OVSE registra anche che i prezzi  al consumo negli ultimi 3 anni sono stabili o in crescita (prezzo medio annuale intorno a 6,40€, ma prima delle feste diventa 7,90€ la bottiglia) , forse un ritocco al ribasso aiuterebbe di più rispetto alle vendite promo-spot calmierate. Blocco di acquisti e consumi anche alimentari in generale, ma 1 consumatore su 3 non rinuncia allo spumante.

“2 consumatori su 3 italiani dichiarano di ridurre la spesa alimentare per Natale rinunciando ai beni non indispensabili , come gli spumanti, per il costo, non per spese alternative o per motivi salutistici o di sicurezza stradale.  Una riduzione dei prezzi al consumo potrebbe essere una boccata d’ossigeno per la ripresa dei consumi, magari riducendo il peso fiscale.”
Per quanto riguarda le tipologie delle bollicine oltre a segnali buoni per i topwine Franciacorta (in crescita), il Valdobbiadene docg e il Cartizze docg selezionati e particolari consolidano le posizioni venendo da anni continui di crescita. Il crollo si manifesta nelle tipologie meno note, meno reclamizzate, meno sostenute con continuità, regolarità e dettaglio e con prezzi intermedi. Vanno bene i Franciacorta intorno a 20-25 euro e i Cartizze a 12-15 euro, cali evidenti per la fascia generica fra 8-16€. Stabile il consumo di bottiglie fra 4-8 euro sullo scaffale.  .  In calo anche i regali di più bottiglie, a favore delle confezioni miste. Lievissimo calo per le etichette di Grandi Champagne

Export-estero: il cult per le bollicine tricolori è ancora alto e sempre in crescita di posizione e livello. In 14 anni le bottiglie delle feste sono passati da 90 milioni a 170 milioni, oltre ad un maggiore consumi spalmato nei 12 mesi. Le bollicine italiana all’estero non sono più gli spumantini e la tipologia dolce. Il “botto” all’estero è un life style anche domestico.  Nel 2014 si sta registrando una forte variabilità da paese a paese, da emergenti a consumatori tradizionali: i volumi dei consumi di spumanti italiani sono decisamente in crescita in modo generalizzato (ad eccezione di Germania , Russia, Cina) dal 10 al 40%, il fatturato in generale cresce anch’esso in ogni Paese, mentre i prezzi  al consumo finale ( e anche alla esportazione doganale)  sono in calo dal 2 al 10% , per  8 mercati su 10.

“L’aumento dell’iva e dei costi di servizi, che contribuiscono al Pil dell’Italia, penalizza la famiglia e i consumi di generi ordinari e quotidiani, influisce meno su prodotti obbligatori,  straordinari e periodici. Per una crescita generalizzata dei consumi occorre solo un politica di aggregazione lineare di mercato con riduzione fiscalità tributaria e commerciale, non  di un rifinanziamento delle banche, che mai verrà messo a disposizione dei consumi ordinari delle famiglie”

Il mercato nazionale ha bisogno di una nuova programmazione di marketing e strategia lungo periodo: più promozione commerciale e contatto diretto con il consumatore finale per crescita dei consumi. Il supporto conoscitivo e formativo fanno parte del mix di vendita: queste azioni devono essere più localizzate, soggettive e private, con inviti a toccare con mano, in fase di contrazione, discontinuità. Così commenta i dati il presidente Giampietro Comolli

Partita IVA: Renzi triplica le tasse. E’ corsa all’apertura entro il 2014, ma potrebbe esserci la fregatura

Partita Iva: la legge promossa dal Governo Renzi e approvata dalla Camera triplica le tasse a partire dal 2015. Per evitare il salasso, molti provano ad aprirla con l’attuale regime, ma la fregatura potrebbe arrivare comunque. Ecco perché.

Il Governo Renzi triplica le tasse sul regime dei minimi, il regime fiscale agevolato introdotto nel 2007 dal Governo Prodi destinato alle partite IVA che abbiano ricavi non superiori ai 30mila euro annui e che, fino al 31 dicembre 2014 è soggetto al 5% di imposta sostitutiva IRPEF per 5 anni.

Partite Iva, regime dei minimi 2015: tasse triplicate
La Legge di stabilità 2015 stabilisce un cambiamento fondamentale per quanto riguarda il regime dei minimi: le tasse passeranno infatti dal 5% al 15%, tre volte l’importo attuale dunque. Ma non solo, perché dal prossimo anno si riduce anche la platea di coloro che possono beneficiare dell’agevolazione, portando il limite reddituale a 15mila euro annui per i professionisti e a 40mila euro l’anno per i commercianti.
Infine, mentre fino al 2014 l’imposta viene conteggiata sul reddito realmente prodotto, dall’anno prossimo entreranno in vigore delle soglie preordinate in base al tipo di attività, indipendentemente dai costi sostenuti.

Partite Iva, Regime dei minimi, tasse al 15%: conseguenze
La decisione presa dal Governo Renzi e l’approvazione della Legge da parte della Camera hanno comportato una vera e propria corsa alla Partita IVA. La modifica infatti entrerà in vigore a partire dal 1°gennaio 2015, quindi chiunque voglia pagare meno tasse (5% al posto del 15%) ha deciso di anticipare i tempi e aprire una partita IVA entro il 31 dicembre 2014.

Partita Iva, regime dei minimi: fregatura
Aprire una partita Iva entro il 31 dicembre 2014 potrebbe però non bastare a salvare i contribuenti dal salasso previsto per il 2015. Secondo alcuni esperti infatti, la sola apertura non è sufficiente per rientrare nel vecchio regime, ma i soggetti dovrebbero anche fatturare un minimo, al fine di evitare la contestazione dell’Agenzia delle Entrate.

Le più colpite dalla nuova Legge saranno le cosiddette “finte partite IVA”, cioè lavoratori de facto dipendenti che però non possiedono gli stessi diritti di questi ultimi. Dall’anno prossimo questi ultimi non avranno diritti, ma pagheranno tre volte l’importo attutale.

La riforma potrebbe dunque comportare un aumento del lavoro nero, conseguenza che anche in Parlamento non viene sottovalutata. Per questo motivo, gli esperti starebbero studiando alcune modifiche per «alleggerire» l’impatto della Legge, modifiche che però non cambieranno la sostanza dei fatti.

FISCO ”UCCIDE” 10% IMPRESE

Nonostante la pressione fiscale si sia attestata al 49,5% per le famiglie, la realtà per le aziende presenta uno scenario peggiore. Se si vanno ad esaminare i redditi ante imposte, si scopre che il carico fiscale complessivo è molto più duro. Lo rivela uno studio svolto da Assolombarda, Prometeia e l’Osservatorio della Bocconi, e anche un esperimento condotto dall’ingegner Castoldi, presidente della BCS Group, all’interno della sua azienda, specializzata nella produzione di macchine agricole. La pressione fiscale per oltre la metà delle società italiane si attesta ben oltre il 50% e per il 10% di queste imprese ed è addirittura superiore al 100%. In questo caso i dati si incrociano con le statistiche nazionali che vedono proprio il 10% delle aziende italiane fallire ogni anno. Un’impresa ogni 10, in Italia, è letteralmente ”uccisa” dal Fisco. In queste condizioni, pensare che il Jobs Act sia la risposta giusta è semplicemente stupido. Oppure, è malafede.

Crollo del PD e Boom della Lega. E se ad uscire dall’Euro fosse proprio l’Italia?

Come segnalato da Scenaripolitici.com, anche IPSOS, prestigiosa casa sondaggistica (non certo ostile alla sinistra) segnala il crollo del PD (oggi al 35%, -6% sulle europee) ed il boom della Lega Nord (oggi al 13%, +7% sulle europee di maggio).

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Un’indagine di  Eurobarometer, aveva gia’ segnalato che risulta che a ritenere l’euro «una cosa buona» sono soltanto il 43 per cento degli intervistati italiani, mentre il 47 per cento lo ritiene «una cosa cattiva». Se si esclude Cipro, in nessun altro paese i contrari superano i favorevoli. Tra l’altro e’ anche il paese dove il favore per l’euro s’e’ maggiormente deteriorato.

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Ed Euromedia conferma che la quota di italiani che vuole l’uscita dell’Italia dall’Euro sale, e si avvicina alla quota di chi l’Euro lo vuole mantenere

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Tutti ritengono che l’uscita dell’Italia dall’euro sia qualcosa che non accadra’, oppure sara’ un fenomeno che l’Italia subira’ (a seguito di una nuova crisi internazionale o a seguito di svolte politiche in Francia o Grecia o UK o Spagna).

Vorrei riflettere con voi su alcuni dati di fatto:

a) L’Italia, nel dibattito economico e negli studi internazioni, risulta la nazione che probabilmente e’ stata piu’ colpita dall’adozione dell’Euro. L’Italia vive una crisi “epocale”, ed in condizioni di questo tipo, l’elettorato e’ fortemente “mobile” e tende a “bastonare” chi governa ed a premiare chi si presenta come “nuovo”.

b) L’Italia e’ l’unico paese dell’Eurozona, dove tutti i partiti d’opposizione dell’Eurozona sono “ostili all’Euro”. Il M5S di recente s’e’ espreso con chiarezza per il ritorno alla Lira (seppur tramite Referendum) ed in europa siede con l’UKIP, la Lega Nord  ha fatto dell’uscita dall’euro una delle proprie bandiere (ed in europa e’ alleato col FN) e perfino Forza Italia parla apertamente di introduzione della Lira da affiancare all’Euro. L’Italia e’ un paese dove negli ultimi 20 anni, ad ogni elezione politica ha vinto l’Opposizione. E’ chiaro che prima o poi si votera’, e la storia (ma pure i sondaggi confermano) ci dice che potrebbe vincere l’opposizione, che come detto e’ euroscettica.

c) Perfino nel partito di maggioranza, il PD, la minoranza interna, si sta avviando verso una critica feroce al “sistema euro”. Con toni diversi, tanto Fassina quanto Cuperlo, criticano in modo netto “la valuta unica”. Lo stesso Renzi, per ora, ha ingaggiato una pseudo-guerra per “cambiare l’Europa”, contro i “tecnocrati di Bruxelles” e contro “l’austerita’ voluta dalla Merkel”.

 

Considerato che:

1) La crisi continuera’ in Italia (dubbi ce ne sono pochi) e con essa continueranno a calare i consensi sia del PD, che la fiducia in Renzi

2) La battaglia di Renzi per “cambiare l’Europa” si rivelera’ una “panzana”. Gia’ il famoso “semestre di guida Italiana della UE” ha avuto risultati nulli. Juncker si sta rilevando non solo portatore di interessi antitetici a quelli di Renzi, ma anche apertamente piuttosto ostile al rampollo piddino

 

Ma siete sicuri, sicuri, sicuri che Renzi duri fino al 2018? Personalmente direi proprio di NO.

E siete certi che non sia lo stesso Renzi, considerato quanto sopra, per evitare di finire “bruciato”, non si faccia portatore dell’uscita dell’Italia dall’Euro, praticandola nel concreto (magari in concomitanza con la prossima verosimile crisi degli spread, che potrebbe accadere gia’ alle prossime elezioni in Grecia?)

Ultimo dettaglio. Ma siamo certi che Renzi abbia incontrato Prodi per 2 ore, cosi’ come da versione ufficiale, per parlare di “crisi dell’Ucraina”, o come da versione semi-ufficiale, per parlare di “Presidenza della Repubblica”, e non magari per parlare (col padre fondatore dell’Euro, recentemente decisamente scettico) di qualcos’altro?

Tax Day: per alcune imprese pressione fiscale sopra il 100%

Per le famiglie è al 49,5%, per le società manifatturiere 90% di media; 10% fallisce ogni anno. Guarda esperimento svolto presso BCS Group (macchine agricole).

Nonostante la pressione fiscale si sia attestata al 49,5% per le famiglie, la realtà per le aziende presenta uno scenario peggiore. Se si vanno ad esaminare i redditi ante imposte, si scopre che il carico fiscale complessivo è molto più duro.

Lo rivela uno studio svolto da Assolombarda, Prometeia e l’Osservatorio della Bocconi, e anche un esperimento condotto dall’ingegner Castoldi, presidente della BCS Group, all’interno della sua azienda, specializzata nella produzione di macchine agricole.

La pressione fiscale per oltre la metà delle società italiane si attesta ben oltre il 50% e per il 10% di queste imprese ed è addirittura superiore al 100%. In questo caso i dati si incrociano con le statistiche nazionali che vedono proprio il 10% delle aziende italiane fallire ogni anno.

Lo si vede bene nella tabella a fianco, in cui sono state prese in esame circa 6 mila aziende lombarde (ascissa) in un arco di tempo precisato in arancione lungo l’ordinata.

Castoldi sta conducendo una campagna dal titolo #NOdelocalizzazione perché le realtà più colpite dall’ingente pressione fiscale sono le aziende manifatturiere italiane, eccellenze del nostro paese che, subissate da IMU, IRES e IRAP, raggiungono una “media del 90% di pressione fiscale”.

“Nonostante il Ministro Padoan mi abbia risposto con una lettera a Panorama successiva alla mia denuncia ripresa dalla testata sulla impossibile situazione fiscale che io e altre PMI come la mia si trovano a vivere, per segnalare che la legge delega si sta muovendo per eliminare l’IRAP per il bilancio del prossimo anno – spiega Castoldi – la verità di oggi è che le tasse sono aumentate, specialmente per chi paga non solo in base al reddito ma anche in base ai terreni, ai capannoni, agli operai (costo del lavoro), ai macchinari, tutti elementi fondamentali per chi produce in Italia, per le nostre aziende manifatturiere che ancora – ma chissà per quanto – costituiscono l’eccellenza del Made in Italy.

“Cosa stanno cercando di fare? vogliono spingerci a portare via tutto? Vogliono lasciare famiglie intere senza lavoro? E’ questo che mi chiedo e chiedo ai nostri politici sotto il segno di #NOdelocalizzazione”, dice Castoldi in un comunicato.