DITTA CLERICI TESSUTO

Art. 18 rottamato, caos Pd. Ma l’Fmi vuole anche le pensioni

Passa in commissione Lavoro del Senato il Jobs Act che introduce il Contratto a Tutele crescenti, un modo elegante per dire “aziende libere di licenziare”. La minoranza dei democratici alza (inutilmente) la voce.
Un risultato l’ha raggiunto: ottenere l’ok della commissione Lavoro. Il prezzo però è stato salato: partito – un’altra volta – sull’orlo del collasso. Per Matteo Renzi la riforma del lavoro – ribattezzata Jobs Act per scimmiottare inglesi e americani – rischia di diventare un massacro. Sull’altare della nuova e più sofisticata precarizzazione, a questo in definitiva si può ridurre la riforma, il premier rischia di dover sacrificare, oltreché un’intera storia politica e ideale – quella della sinistra italiana – anche il suo stesso partito. Nella commissione Lavoro di Palazzo Madama il governo è riuscito a ottenere un sì al provvedimento, che arriverà martedì in aula, e un primo via libera alla cancellazione dell’articolo 18 della Statuto dei lavoratori. L’intenzione di Renzi è infatti di sostituire il caposaldo della tutela dei lavoratori dipendenti, che garantisce il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa, con il cosiddetto Contratto a Tutele crescenti, lo strumento che concede alle imprese totale libertà di licenziare senza il rischio di vedersi citate in tribunale e costrette poi a riassumere il lavoratore. La cancellazione dell’articolo 18 è la colonna portante di una riforma che vuole stravolgere nel profondo il mercato del lavoro italiano, sradicando in maniera coatta dalla testa dei lavoratori l’idea, e il desiderio, del posto fisso e la pretesa di garanzie precise sul fronte dei licenziamenti. Un passo epocale insomma che ha infatti riacceso e approfondito le divisioni interne al Pd, tanto che sembra difficile pensare che posizioni tanto distanti siano racchiuse in un solo soggetto politico. A scendere in campo per primo è stato il presidente del partito, quel Matteo Orfini ex leader della corrente “Giovani turchi”, membro della segreteria bersaniana, la cui elezione aveva – erroneamente – fatto pensare a una pacificazione: «I titoli del jobs act – ha detto – sono condivisibili. Lo svolgimento meno: ne discuteremo in direzione, ma servono correzioni importanti al testo». Lo ha seguito a ruota Perluigi Bersani che ha definito quelle del governo «intenzioni surreali» e, riferendosi all’articolo 18, ha sottolineato che «in tutta Europa, in Inghilterra, in Francia, in Germania, esiste, ancorché non obbligatoria, la reintegra. Quindi non raccontiamoci cose che non esistono». Ma è tutta la minoranza del Pd ad essere in subbuglio, con i “soliti” Gianni Cuperlo, Stefano Fassina e Pippo Civatiaffiancati da nuovi contestatori che escono allo scoperto, come l’eurodeputato dalemiano Massimo Paolucci: «Aumento della disoccupazione, crollo dei consumi e calo della produttività non sono figlie dell’art. 18. Queste sciocchezze appartengono ad un vecchio armamentario della destra politica ed economica che ci ha gravemente danneggiato con le sue ottuse idee di austerità». Anche Cuperlo ha in sostanza definito la riforma «di destra», rimandando l’appuntamento in Senato dove bisognerà «migliorare il testo», mentre per l’ex viceministro Fassina il provvedimento del governo «tradisce il mandato degli elettori, che ci hanno chiesto di estendere i diritti, non di diminuirli». Civati invece arriva addirittura a sfidare Renzi e proporre un referendum interno al partito: «Verifichiamo per una volta l’orientamento dei nostri elettori non sulle persone, ma sulle cose da fare».
La riforma del lavoro renziana invece piace al Fondo Monetario internazionale che però avverte l’Italia: serve una manovra da 7-8 miliardi. E in particolare, sottolinea l’Fmi, «ottenere risparmi significativi sarebbe difficile senza intervenire sulla grande spesa pensionistica». L’istituto guidato dalla francese Christine Lagardeha in fine rivisto al ribasso le stime sul Pil italiano nel 2014 indicando una contrazione dello 0,1% (a luglio lo aveva dato in crescita dello 0,3%).

 

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