Il banchetto della finanza si spartisce il Made in Italy
Il banchetto della finanza si spartisce il Made in Italy
In un hotel di Milano Jp Morgan ha riunito banche e fondi per incontrare imprese d’eccellenza pronte a farsi acquisire.
Una grande festa con un banchetto di tutto rispetto: il sistema imprenditoriale del Paese. No, nessuno scherzo, ma quanto è accaduto pochi giorni fa a Milano, nel bel mezzo del quadrilatero della moda, in una delle tante, riservatissime sale, dell’hotel Four Seasons. Qui, ospiti di J.P. Morgan, gruppo che da solo ha un bilancio pari a quasi il debito di tutta la Penisola, si sono ritrovati 130 super invitati.
Ma, come è facile immaginare, l’obiettivo della principale banca d’affari del mondo, non era quello di fare gustare ai propri ospiti le prelibatezze della cucina nostrana, quanto, invece, quello di papparsi (è proprio il caso di dirlo), i gioielli di famiglia. Un vertice che riuniva domanda e offerta e che cercava di favorire il raggiungimento di accordi il più possibile condivisi. Peccato solo che mentre i 130 super selezionatissimi ospiti si spartivano il Paese, nessuno ne fosse informato. E questo era l’obiettivo. Riunirsi e dividersi la torta prima che la Bce immetta nuovo denaro nel sistema, approfittando così della crisi e dei prezzi da svendita.
Possibile? Possibilissimo, tanto che lo hanno fatto. E non ignoti mascherati da Batman o da Capitano Uncino. Ai tavoli, sedevano, tra gli altri, i rappresentanti degli hedge fund e dei fondi istituzionali più ricchi e di successo al mondo. Tanto per citarne uno quello di John Paulson, il newyorkese salito alla cronaca dei riflettori per avere creato un impero scommettendo sul crollo dei mutui americani. Ma non solo Paulson. Accanto a lui altri colossi mondiali come Fidelity (1700 miliardi di dollari in gestione), Fortress (68 miliardi), il Canadian Pension Plan (oltre 200 miliardi di dollari) e Allianz Global.
Dall’altra parte della barricata, per così dire, una trentina d’imprese italiane. Gioielli del sistema impresa di casa nostra stanchi delle vessazioni del governo che si sono detti disposti a farsi – seppur a livelli diversi – acquisire da colossi e multinazionali estere. Alla faccia del decreto che dovrebbe rilanciare a salvare il Paese. Alla faccia del Tfr in busta paga, dell’articolo 18 e di tutto il fumo senza arrosto cheRenzi e i suoi continuano a mettere in tavola.
Qui, nelle sale riservate di uno dei più noti hotel milanesi, sul tavolo non c’erano promesse, ma il motore del Paese. Un motore pronto a muovere e correre per qualcun altro. A “promuovere” il sistema Italia, quattro amministratori delegati: Fabrizio Viola di Mps, Carlo Cimbri di Unipol, Pietro Salini di Salini Impregilo e Matteo Del Fante di Terna. Quattro uomini che rappresentano una parte importante del Paese e che, almeno quanto a buonsenso, dovrebbero tutelarla.
Come si siano conclusi gli incontri riservati tra rappresentanti del mondo produttivo e possibili investitori/acquirenti non è dato saperlo, ma visto il calibro delle imprese rappresentate tra cui grandi gruppi del settore dei media, municipalizzate dell’acqua e dell’Energia, società a controllo pubblico , ex monopolisti della telefonia, punti di riferimento della meccanica e della siderurgia, oltre ai principali gruppi bancari di casa nostra, qualche timore monta. Soprattutto pensando a quanto riferisce uno dei presenti che vuole rimanere anonimo: «Non credo sia ancora giunto il momento nel quale questi grandi colossi vogliano investire. Ma di certo è quello in cui comprare. Comprare e mettere da parte qualcosa che oggi costa poco ma che domani potrebbe aumentare di valore». E se questo qualcosa non fosse il nostro sistema produttivo, saremmo anche d’accordo con lui.

 

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