Made in Italy: #Salvini, abbiamo Governo amico falsari

“Potremmo dire che abbiamo un Governo amico dei falsari…”: lo ha detto Matteo Salvini, rispondendo su Radio Padania ad un domanda del giornalista Giulio Cainarca che gli ha chiesto un commento sul provvedimento del Governo “per depenalizzare i reati minori, tra cui la contraffazione”.
“Potremmo chiamarlo il Governo amico dei falsari – ha aggiunto Salvini – visto che il fatturato del falso made in Italy ha un valore di 60 miliardi annui, è una specie di contro job act. Una cosa che mette a rischio il settore del made in Italy. E tra le cose che si vorrebbero depenalizzare c’è anche l’occupazione del domicilio. Una cosa incredibile, un invito ad occupare le case”. (ANSA).

COLDIRETTI, DATI CHOC: UN CHILO DI ARANCE PAGATO 0,07 EURO AI PRODUTTORI CALABRESI, MADE IN ITALY COSI’ MUORE.

“Per un chilo di arance prodotto nella piana di Rosarno vengono pagati meno di 7 centesimi al chilo del tutto insufficienti a coprire i costi di produzione e di raccolta”. Lo denuncia il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel suo intervento all’iniziativa ‘Legalita’, diritti, dignita’. Da Rosarno si puo” sottolineando che questa situazione alimenta una intollerabile catena dello sfruttamento che colpisce lavoratori, agricoltori ed i trasformatori attenti al rispetto delle regole.

“E’ intollerabile – stigmatizza Moncalvo – che per l’aranciata venduta sugli scaffali dei supermercati a 1,3 euro a bottiglia agli agricoltori arrivano solo 3 centesimi per le arance contenute”.

Va poi “combattuto senza tregua il becero sfruttamento che – continua il presidente Coldiretti – colpisce la componente piu’ debole dei lavoratori agricoli, ma anche le imprese agricole che subiscono la pressione e la concorrenza sleale di un contesto gravemente degradato”.

E non solo. Coldiretti lancia anche l’allarme sui prodotti dell’agricoltura italiana: nel 2015 sugli scaffali dei supermercati ci sarà il 35 per cento in meno di olio di oliva italiano, ma anche un calo del 25 per cento per gli agrumi, del 15 per cento per il vino fino al 50 per cento per il miele, mentre il raccolto di castagne è stato da minimo storico.Sono gli effetti del crollo dei raccolti Made in Italy che ha concorso a determinare un calo del Pil agricolo in termini congiunturali per il terzo trimestre consecutivo, sulla base dei dati Istat.

La produzione Made in Italy di miele di acacia, castagno, agrumi e millefiori è quasi dimezzata (-50 per cento) per effetto del clima, ma se la vendemmia – sottolinea la Coldiretti – si è classificata come la piu` scarsa dal 1950, con una produzione di vino Made in Italy attorno ai 41 milioni di ettolitri, quella di olio di oliva è crollata attorno alle 300mila tonnellate.

Anche per il raccolto nazionale di agrumi il conto è pesante con un taglio del 25 per cento mentre per il pomodoro da conserva per preparare polpe, passate e pelati da condimento si registra un calo delle rese per ettaro e la produzione rimane in linea con la media stagionale degli ultimi cinque anni solo grazie a un aumento delle superfici coltivate.

E per le castagne minimo storico con un raccolto nazionale ben al di sotto dei 18 milioni di chili registrati lo scorso anno e pari ad appena 1/3 di quella di 10 anni fa.

Resta il fatto che – quando si comprano le arance al supermercato o nei mercati rionali – il prezzo è sempre superiore ad 1 euro al chilo, mentre i produttori di quell’euro incassano solo il il 7%, contro il 93% incamerato dalla catena della distribuzione. Così, l’agricoltura italiana muore.

Parmigiano non si vende più. Con la crisi prezzi a picco: produttori a rischio

Dopo il terremoto del maggio 2012, lacrisi dei consumi in Italia e l’embargo alla Russia, tra i maggiori importatori. Così il parmigiano reggianofatica a sopravvivere. Viene venduto a 7 euro al chilo, contro i 9 euro necessari per ammortizzare i costi di produzione.

Sembrava che il sisma in Emilia nel 2012 fosse il disastro peggiore. I caseifici ne sono usciti, si sono organizzati, hanno creato scaffali per le forme a prova di scosse. Ma adesso a farli tremare sono i prezzi a picco, come spiega il produttore Fabrizio Bigliardi, responsabile dell’area casearia di Albalat, a Beppe Persichella del Corriere della Sera: 

“C’è chi è attrezzato e tiene botta. I più piccoli soffrono. Per sopravvivere, possono solo associarsi con i più grandi. Chi non ci sta, rischia di scomparire”.

Ma se si va avanti così, dice un altro produttore di parmigiano, Oriano Caretti, 

“non si salva nessuno. Di crisi cicliche il nostro settore ne ha viste tante, ma questa è devastante”.

La sua azienda, a San Giovanni in Persiceto, è stata una delle più danneggiate dai terremoti del 20 e del 29 maggio 2012. “Abbiamo perso 5 milioni di euro. Aspettiamo i contributi dallo Stato che non abbiamo ancora visto”.

“Con questa crisi economica alcune classi sociali hanno rinunciato a prodotti di pregio come il nostro. In questo modo non c’è spazio per nessuno. Le grandi aziende proveranno a produrre di più e accaparrarsi quote di mercato, ma questo è cannibalismo. Oggi su tre forme, una viene venduta all’estero. Non basta, dobbiamo fare di più, bisogna mirare a nuovi mercati prima che lì arrivino altri”.

Cambiare formaggio e farne uno più economico? Nemmeno per sogno, spiega un altro produttore, Luciano Dotti:

“Perché noi siamo quelli del parmigiano e continueremo a fare il parmigiano”.

Con i pescatori palermitani, contro le idiozie di Bruxelles

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Francesco Vozza, attivista palermitano del nostro Movimento.

La mattina di domenica 11 gennaio, a Palermo, nella mia città, ho deciso di fare una visita con qualche amico alla borgata marinara dell’Arenella. L’invito ad andare sul posto è partito da Pino Gulino e Sergio Sanfilippo, da qualche tempo impegnati per riqualificare la zona. E fanno benissimo ad impegnarsi in tal senso, dato che l’Arenella, come molti altri quartieri palermitani, sta lentamente morendo tra degrado assoluto e mancanza di soluzioni a breve termine. La grande assente qui è proprio la politica, che non si interessa minimamente delle evidenti problematiche della borgata: ad esempio un paesaggio marino mozzafiato, purtroppo però deturpato da rifiuti lasciati a marcire sul lungomare.

Nel corso della nostra passeggiata all’interno del porticciolo, riesco a parlare con Bernardo, un pescatore che ormeggia la sua “Santa Rita” proprio lì. Arrossato dal sole, ma con lo sguardo di ghiaccio, ci concede una stretta di mano vigorosa, quasi a farci intendere che a lui i politici non stanno poi tanto simpatici; e a giudicare da ciò che ci dice dopo, ne ha tutto il diritto. Il pescatore palermitano ci spiega, senza avere alcuna laurea in legge, come le legislazioni italiane e quelle dell’UE spesso si contraddicano tra loro, facendo la rovina della pesca italiana: così ci racconta che prima Roma autorizzò l’utilizzo di una particolare tipologia di rete, cioè la “ferrettara”, poi però Bruxelles decise di vietarla, additandola come “Rete Killer”; tutto ciò ha mandato in rovina molti marinai, che avevano speso migliaia di euro per l’acquisto del suddetto strumento. Bernardo ora è un fiume in piena, non si ferma più: “La ferrettara è molto meno dannosa di altre reti che uccidono tartarughe e delfini” e ancora “Se prendo un pescespada la Guardia Costiera gli fa un’autopsia, ma se dalla Tunisia o dal Marocco arrivano delle casse con almeno 50 o 60 pescespada, ammassati l’uno sull’altro, quelle non le controlla nessuno!”.

Alla fine Bernardo, rincuorato dal fatto che qualcuno avesse deciso per una volta di ascoltarlo, si rimette a sistemare le sue reti come se nulla fosse successo; poi ci saluta con un’espressione a metà tra il commosso e il rassegnato, dicendoci: “Mi raccomando, se ne avrete la possibilità, andategliele a raccontare queste cose a quei signori, perché nessuno può giocare col futuro della mia famiglia…”

L’incontro con questo pescatore mi ha fatto definitivamente comprendere quanto grave sia il peso dell’incompetenza di Bruxelles sulle nostre attività produttive tradizionali. Lo stesso Matteo Salvini ha più volte sottolineato tra le tante direttive idiote emanate dall’UE, quella sulla pesca delle vongole, secondo cui quest’ultime devono essere grandi almeno 2,5 cm per essere pescate!

Qualcosa in tutto questo meccanismo non funziona. Ma non possiamo attendere oltre nella speranza che prima o poi le cose si aggiustino da sole, perché mentre noi aspettiamo, intanto il nostro popolo va verso la rovina.

 

Francesco Vozza

Attivista “Noi con Salvini” per la città di Palermo

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L’invasione cinese non si ferma: ora conquista la pummarola

Importiamo 200mila chili al giorno di concentrato a prezzi stracciati che imprenditori senza scrupoli confezionano. E vendono come made in Italy.

Il suo impiego consueto è nell’analisi di opere d’arte, reperti archeologici, meteoriti. Ma lo spettrometro di massa ha proprietà sorprendenti: Francesco Mutti, amministratore delegato dell’azienda di conserve alimentari che porta il nome di famiglia, ha finanziato uno studio per un impiego molto particolare dell’apparecchio.

Stabilire cioè da quale angolo del pianeta proviene un pomodoro. Il problema è tremendamente sentito nella «Food Valley» di Parma (la Mutti ha sede a Montechiarugolo e i suoi conferitori si trovano nel raggio di 130 chilometri al massimo), invasa da concentrato made in China e spacciato come nostrano.

Un docente dell’Istituto di chimica agraria dell’Università Cattolica di Piacenza e il responsabile del Lims (Laboratory for isotope mass spectrometry) dell’istituto Cobianchi di Verbania hanno messo a punto un metodo infallibile. Se questa analisi radioisotopica – condotta su bacche, pelati, passate e concentrati – fosse applicata su larga scala, la contraffazione sull’«oro rosso» sarebbe pressoché debellata. Invece la realtà rimane drammatica: dalla Cina arrivano enormi quantità di triplo concentrato di pomodoro a prezzi stracciati che industriali conservieri senza scrupoli allungano con acqua e un po’ di prodotto nostrano. E la pummarola che se ne ricava è venduta come made in Italy.

Il simbolo della dieta mediterranea dà ancora lavoro a 20mila persone nelle 173 aziende conserviere italiane, con vendite per un valore di 2 miliardi di euro. Sono 8mila le aziende agricole che coltivano pomodori per la trasformazione industriale su una superficie complessiva di 85mila ettari. Un patrimonio minacciato dalle massicce importazioni di concentrato cinese, in continua crescita.

La Cina non nasconde i propositi di egemonia commerciale in campo agricolo. Il fulcro di questa strategia è la Xinjiang Production and Construction Corps (Xpcc), colosso industriale quotato alla Borsa di Shenzhen che fu fondato nel 1954 per ordine di Mao da uno dei suoi collaboratori più stretti, il comandante Wang Zhen, e ancora adesso è guidato da un militare. Accanto ad attività commerciali, distributive, immobiliari, edili, editoriali (possiede anche un quotidiano e stazioni televisive) e scolastiche (tra cui due università), la Xpcc ha il suo «core business» nell’agricoltura. Cotone, frutta, verdura, oli vegetali, barbabietola da zucchero, uva.

Una delle sue 11 filiali, la Xinjiang Chalkis Co. Ltd, è la seconda azienda al mondo nella trasformazione dei pomodori: ne lavora 1,3 milioni di tonnellate l’anno nei 23 stabilimenti disseminati tra Cina e Francia. Di queste, soltanto 255mila tonnellate sono destinate al consumo interno e il resto viene esportato. Proprio dalla Francia, con l’acquisizione di Conserves de Provence, è partita la conquista del mercato europeo, il secondo bacino di produzione mondiale dopo gli Stati Uniti. L’Italia produce ogni anno 5,8 milioni di tonnellate di pelati, polpa e conserve e la sua leadership è gravemente minacciata.

La produzione di pomodoro in Cina è cominciata soltanto nel 1990 e in appena 25 anni è partita alla conquista delle tavole di tutto il mondo benché la qualità sia nettamente inferiore a quella europea e americana: meno varietà, minore resa, tecniche colturali arretrate. Tuttavia in Occidente, accanto alle vendite all’ingrosso, si sta diffondendo anche il commercio al dettaglio di salse cinesi soprattutto attraverso internet e portali come Alibaba. Per attirare i consumatori occidentali i barattoli portano la dicitura «No ogm».

Secondo un dossier redatto da Coldiretti, dalle coop agricole dell’Unci e dalle industrie conserviere aderenti all’Aiipa, dalla Cina sbarcano fusti da 200 chili con concentrato di pomodoro che dev’essere rilavorato e poi confezionato come prodotto italiano. Ogni giorno si calcola che arrivino nei porti italiani in media un migliaio di fusti. Queste importazioni squilibrano il mercato e gettano pregiudizio su tutto il made in Italy alimentare. Produttori privi di scrupoli acquistano il semilavorato, lo mescolano con succo di pomodori coltivati nella Pianura Padana e lo rivendono all’estero, soprattutto in Germania, come salsa italiana. Quando si viene scoperti si rischia appena una denuncia per frode nell’esercizio del commercio.

Ma oltre alla concorrenza sleale queste pratiche pongono altre questioni. Quali standard sanitari vengono applicati? La coltivazione avviene sfruttando il lavoro forzato dei detenuti, pratica diffusa in molte aziende alimentari cinesi come denuncia la Laogai Foundation? La famiglia media italiana acquista ogni anno in media 31 chili di pelati, passate, polpa. Credono di comprare pomodoro di Pachino, e in cucina si ritrovano Pechino.

 

Coldiretti, crisi, made in Italy razionato nel 2015, da olio a miele

«Nel 2015 sugli scaffali dei supermercati ci sarà il 35% in meno di olio di oliva italiano, ma anche un calo del 25% per gli agrumi, del 15% per il vino fino al 50% per il miele, mentre il raccolto di castagne è stato da minimo storico». È l’allarme lanciato dalla Coldiretti sugli effetti del crollo dei raccolti Made in Italy e costringe nel nuovo anno al «razionamento» di tutti i prodotti base della dieta mediterranea. «La produzione Made in Italy di miele di acacia, castagno, agrumi e millefiori è quasi dimezzata (-50%) per effetto del clima, ma se la vendemmia – sottolinea la Coldiretti – si è classificata come la più scarsa dal 1950, con una produzione di vino Made in Italy che potrebbe scendere fino a 41 milioni di ettolitri, quella di olio di oliva è crollata attorno alle 300mila tonnellate». «È allarme – continua la Coldiretti – anche per la produzione italiana di pasta a causa dell’eccessiva dipendenza dell’industria nazionale per l’acquisto di grano duro dall’estero da dove arriva circa il 40% del fabbisogno perché non si è avuta la lungimiranza di investire sull’agricoltura nazionale. Se in Italia i raccolti di frumento duro hanno subito una leggera flessione (-4%), un calo consistente del 10% si è verificato nell’Unione Europea e un vero e proprio crollo del 27% si è registrato in Canada che è il principale fornitore dell’Italia. Complessivamente, secondo le stime dell’International Grains Council, la produzione mondiale dovrebbe attestarsi sui 34 milioni di tonnellate (-15%)». «Anche per il raccolto nazionale di agrumi il conto è pesante con un taglio del 25% mentre per il pomodoro da conserva per preparare polpe, passate e pelati da condimento si registra un calo delle rese per ettaro e la produzione rimane in linea con la media stagionale degli ultimi cinque anni solo grazie a un aumento delle superfici coltivate. E per le castagne siamo addirittura al minimo storico con un raccolto nazionale ben al di sotto dei 18 milioni di chili registrati lo scorso anno e pari ad appena 1/3 di quella di 10 anni fa», continua Coldiretti. «Gli effetti del crollo produttivo si faranno sentire a tavola dove gli italiani – sottolinea la Coldiretti – sono i principali consumatori di pasta a livello mondiale con una media per persona di 26 chili all’anno, una quantità che è tre volte superiore a quella di uno statunitense, di un greco o di un francese, cinque volte superiore a quella di un tedesco o di uno spagnolo e sedici volte superiore a quella di un giapponese. Ma gli italiani fanno registrare acquisti da primato anche per il vino (38 litri a persona all’anno), per l’olio di oliva (12 chili a persona all’anno) e per i pomodori trasformati con circa 35 chili per persona all’anno». «Anche per gli effetti dal punto di vista economico, rischiano quindi di mancare dalle tavole quei i prodotti base della dieta mediterranea che – spiega la Coldiretti – sono considerati indiscutibilmente come essenziali per garantire una buona salute, soprattutto per la crescita nelle giovani generazioni». «Pane, pasta, frutta, verdura, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari hanno consentito agli italiani – precisa la Coldiretti – di conquistare fino ad ora il record della longevità con una vita media di 79,4 anni per gli uomini e di 84,5 per le donne, tra le più elevate al mondo». «Con il crollo dei raccolti nazionali aumenta il rischio di portare in tavola prodotti spacciati per Made in Italy ma provenienti dall’estero, spesso di bassa qualità e per questo – consiglia la Coldiretti – occorre verificare con attenzione l’origine in etichetta, almeno su quei prodotti come l’olio, il miele e gli agrumi freschi dove è in vigore l’obbligo di indicare la provenienza, oppure di rivolgersi direttamente ai produttori nelle aziende agricole, negli agriturismi o nei mercati di Campagna Amica, ma anche cercare sulle confezioni il caratteristico logo (Dop/Igp) a cerchi concentrici blu e gialli con la scritta per esteso nella parte gialla ‘Denominazione di Origine Protettà o ‘Indicazione Geografica Protettà mentre nella parte blu compaiono le stelline rappresentative dell’Unione Europea» .

Le bollicine italiane fanno i conti con la crisi, anche per le Feste

I prezzi alti non stimolano l’acquisto e così i consumi si fermeranno allo stesso livello del 2013, ben lontani dalle 2 bottiglie pro capite toccate durante le festività natalizie del 2008 e 2009.

“Non si può parlare di crisi economica e di consumi dopo 8 anni di riduzioni continue, siamo in stagnazione consolidata, ovvero una ridimensione della vita e della spesa quotidiana”, questo in sintesi il commento dell’OVSE, osservatorio economico nazionale dei mercati e consumi vini e vini spumanti, sui consumi delle feste 2014-2015. Dal 1991 l’OVSE  ha registrato una crescita continua di consumi, sviluppo ed export annuali e globali con solo alcuni incroci di tipologie degli spumanti italiani: in 22 anni,  si è passati da un consumo annuo di 100 milioni di bottiglie Dop alle attuali 400 milioni, da 13 milioni di metodo tradizionale ai 23 milioni di oggi. Grazie all’export un mercato positivo anche negli ultimi anni.
Per i consumi “durante le feste”, registriamo un ulteriore calo, più contenuto degli anni precedenti. Il primo exit-poll sulle stime dei consumi di fine anno è confortante: a 1 bottiglia di spumante non si rinuncia, ma lontani i tempi delle 91 milioni di bottiglie stappate da 8 dicembre a 6 gennaio (2008-2009). Per le feste correnti si stima che voleranno meno di 50 milioni di tappi made in Italy, valore al consumo intorno a 420 milioni di euro (identico al 2013). In calo anche i tappi targati Champagne, intorno a 2,4 milioni di pezzi compresi i regali (calo del 30% rispetto agli anni d’oro).

Durante le feste 2008-2009 si è toccato l’apice di 2 bottiglie procapite (italiani adulti in età da lavoro), oggi si parla di stagnazione, di blocco, di rinuncia consolidata, se la situazione generale non dovesse ancora peggiorare. Un calo in 6anni intorno a 45% nel solo periodo di feste.

Per una prima valutazione su basse annua, il sondaggio segnala una sostanziale tenuta dei consumi nell’arco dell’anno, per cui si può presumere che rispetto al 2009 il calo sarà intorno al 18%. Durante le feste del 2013, la spesa degli italiani per le bollicine si fermò a 420 mil/€. Uguale a quella stimata per il 2014, vuol dire che il prezzo finale a bottiglia (escluso le promo occasionali di richiamo natalizio che sono in dumping)cresce rispetto al 2013. “I prezzi decisamente sostenuti  negli scaffali e in enoteca non stimolano l’acquisto” rispondono gli italiani al questionario.

OVSE registra anche che i prezzi  al consumo negli ultimi 3 anni sono stabili o in crescita (prezzo medio annuale intorno a 6,40€, ma prima delle feste diventa 7,90€ la bottiglia) , forse un ritocco al ribasso aiuterebbe di più rispetto alle vendite promo-spot calmierate. Blocco di acquisti e consumi anche alimentari in generale, ma 1 consumatore su 3 non rinuncia allo spumante.

“2 consumatori su 3 italiani dichiarano di ridurre la spesa alimentare per Natale rinunciando ai beni non indispensabili , come gli spumanti, per il costo, non per spese alternative o per motivi salutistici o di sicurezza stradale.  Una riduzione dei prezzi al consumo potrebbe essere una boccata d’ossigeno per la ripresa dei consumi, magari riducendo il peso fiscale.”
Per quanto riguarda le tipologie delle bollicine oltre a segnali buoni per i topwine Franciacorta (in crescita), il Valdobbiadene docg e il Cartizze docg selezionati e particolari consolidano le posizioni venendo da anni continui di crescita. Il crollo si manifesta nelle tipologie meno note, meno reclamizzate, meno sostenute con continuità, regolarità e dettaglio e con prezzi intermedi. Vanno bene i Franciacorta intorno a 20-25 euro e i Cartizze a 12-15 euro, cali evidenti per la fascia generica fra 8-16€. Stabile il consumo di bottiglie fra 4-8 euro sullo scaffale.  .  In calo anche i regali di più bottiglie, a favore delle confezioni miste. Lievissimo calo per le etichette di Grandi Champagne

Export-estero: il cult per le bollicine tricolori è ancora alto e sempre in crescita di posizione e livello. In 14 anni le bottiglie delle feste sono passati da 90 milioni a 170 milioni, oltre ad un maggiore consumi spalmato nei 12 mesi. Le bollicine italiana all’estero non sono più gli spumantini e la tipologia dolce. Il “botto” all’estero è un life style anche domestico.  Nel 2014 si sta registrando una forte variabilità da paese a paese, da emergenti a consumatori tradizionali: i volumi dei consumi di spumanti italiani sono decisamente in crescita in modo generalizzato (ad eccezione di Germania , Russia, Cina) dal 10 al 40%, il fatturato in generale cresce anch’esso in ogni Paese, mentre i prezzi  al consumo finale ( e anche alla esportazione doganale)  sono in calo dal 2 al 10% , per  8 mercati su 10.

“L’aumento dell’iva e dei costi di servizi, che contribuiscono al Pil dell’Italia, penalizza la famiglia e i consumi di generi ordinari e quotidiani, influisce meno su prodotti obbligatori,  straordinari e periodici. Per una crescita generalizzata dei consumi occorre solo un politica di aggregazione lineare di mercato con riduzione fiscalità tributaria e commerciale, non  di un rifinanziamento delle banche, che mai verrà messo a disposizione dei consumi ordinari delle famiglie”

Il mercato nazionale ha bisogno di una nuova programmazione di marketing e strategia lungo periodo: più promozione commerciale e contatto diretto con il consumatore finale per crescita dei consumi. Il supporto conoscitivo e formativo fanno parte del mix di vendita: queste azioni devono essere più localizzate, soggettive e private, con inviti a toccare con mano, in fase di contrazione, discontinuità. Così commenta i dati il presidente Giampietro Comolli

Olio d’oliva extravergine come l’oro. Coldiretti: “Prezzi alle stelle con il crollo della produzione”

Dalle stime dell’associazione il calo dovrebbe attestarsi “tra il 35% e il 50% al Centro Nord”. Il produttore di olio biologico all’Adnkronos: “Non riusciremo a far fronte a tutte le richieste”. Raccolti scarsi anche in Calabria e in Puglia. Proprio nella zona del barese si moltiplicano i furti negli uliveti

Roma, 22 nov. (AdnKronos) – Impennata di furti negli uliveti e cisterne che vengono scortate come fossero preziosi in Puglia. L’olio extravergine d’oliva, ormai, vale come oro tanto che sale alla ribalta anche di diversi episodi di cronaca come ‘oggetto del desiderio’ di vere e proprie bande criminali. Complice il maltempo e la mosca olearia, quest’anno la produzione sarà molto scarsa con un calo del raccolto, stima la Coldiretti, “tra il 35 e il 50 per cento al Centro Nord”. Anche al Sud la situazione è difficile “sia in Calabria che in Puglia che è la principale regione di produzione”. Gli effetti si faranno sentire anche sul carrello della spesa con “un aumento record dei prezzi dell’olio extravergine d’oliva schizzati del 40 per cento”.

Si rischia, quindi, avverte l’associazione dei coltivatori diretti, l’invasione delle “produzioni provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente che non sempre hanno gli stessi requisiti qualitativi e di sicurezza”. Per essere sicuri di acquistare Made in Italy anche al supermercato, suggerisce la Coldiretti, “è meglio guardare con più attenzione le etichette, acquistare extravergini a denominazione di origine Dop, quelli dove è esplicitamente indicato che sono stati ottenuti al cento per cento da olive italiane” o “comprare direttamente dai produttori agricoli in frantoio o nei mercati di campagna amica”.

La domanda non manca, sarà difficile far fronte a tutte le richieste. “Probabilmente riusciremo ad accontentare solo i clienti più importanti con il nostro olio d’oliva extravergine biologico – dice all’Adnkronos il produttore toscano Stefano Ranaldi dell’azienda ‘Le Sorgenti’ – mentre i clienti occasionali resteranno fuori. Da noi c’è stato un calo del 50% rispetto a una media degli ultimi quindici anni”. A incidere sono stati più fattori. “L’andamento climatico ha fatto arrivare prima la mosca dell’olivo – dice Ranaldi – che molti si aspettavano nella prima decade di luglio e, invece, si è fatta vedere il venti di giugno quindi molte aziende sono state colte impreparate. L’eccesso di umidità, dovuta alle ricche piogge, ha portato a un fiorire di malattie fungine che hanno dato il loro contributo negativo, oltre alla lebbra dell’olivo”. I prezzi saliranno, ma non sarà abbastanza per far tornare i conti. “Da noi cresceranno di circa un 35% – spiega – come più o meno da tutte le parti, gli altri sono sull’ordine del 40% nella zona dell’alto Lazio e della bassa Toscana. Si cerca di pareggiare un po’ con l’aumento del prezzo, ma il risultato finale per le aziende sarà sempre negativo”.

L’Italia può contare su un patrimonio di circa 250 milioni di piante su 1,1 milioni di ettari di terreno con un fatturato di settore stimato in due miliardi di euro.

L’Italia paga il prezzo delle sanzioni sulla Russia. Brutta botta per il Made in Italy

Come ampiamente anticipato, le sanzioni imposte dai paesi Occidentali sulla Russia in seguito alla “questione Ucraina” hanno avuto delle ripercussioni anche su coloro che le hanno decise, Italia in primis. Questo quanto si deduce dai dati diffusi stamattina dall’Istat sul commercio estero nel mese di settembre.

Le importazioni italiani da Mosca sono crollate del 19,9% su base mensile, mentre le esportazioni sono scese del 10,1% dopo la scelta del Cremlino di bloccare gli acquisti di alcuni prodotti con il marchio “Made in Italy”. Una guerra economica che dunque rischia di fare danni da ambo le parti, nonostante le rassicurazioni provenienti da Bruxelles.

Nel complesso, la bilancia commerciale italiana vede anche a settembre un’aumento dell’export pari al 7,4% su base annua. L’Istituto Nazionale di Statistica ha pero spiegato che il rialzo è stato fortemente condizionato dalla differenza nei giorni lavorativi (22 nel 2014 e 21 nel 2013). Al netto dunque, le esportazioni sono salite del 2,1%.

Nello stesso mese, l’import è cresciuto del 3,3%, sulla scia degli acquisti dall’Unione europea (+6,2%).

Su base mensile, sono in rialzo sia le esportazioni (+1,5%) che le importazioni (+1,6%).

Guardando poi al periodo gennaio – settembre del 2014 l’avanzo commerciale sale a 28,2 miliardi (e19,0 miliardi nei primi 9 mesi dell’anno precedente) e, al netto dei prodotti energetici, 61,7 miliardi.

Il banchetto della finanza si spartisce il Made in Italy

In un hotel di Milano Jp Morgan ha riunito banche e fondi per incontrare imprese d’eccellenza pronte a farsi acquisire.
Una grande festa con un banchetto di tutto rispetto: il sistema imprenditoriale del Paese. No, nessuno scherzo, ma quanto è accaduto pochi giorni fa a Milano, nel bel mezzo del quadrilatero della moda, in una delle tante, riservatissime sale, dell’hotel Four Seasons. Qui, ospiti di J.P. Morgan, gruppo che da solo ha un bilancio pari a quasi il debito di tutta la Penisola, si sono ritrovati 130 super invitati.
Ma, come è facile immaginare, l’obiettivo della principale banca d’affari del mondo, non era quello di fare gustare ai propri ospiti le prelibatezze della cucina nostrana, quanto, invece, quello di papparsi (è proprio il caso di dirlo), i gioielli di famiglia. Un vertice che riuniva domanda e offerta e che cercava di favorire il raggiungimento di accordi il più possibile condivisi. Peccato solo che mentre i 130 super selezionatissimi ospiti si spartivano il Paese, nessuno ne fosse informato. E questo era l’obiettivo. Riunirsi e dividersi la torta prima che la Bce immetta nuovo denaro nel sistema, approfittando così della crisi e dei prezzi da svendita.
Possibile? Possibilissimo, tanto che lo hanno fatto. E non ignoti mascherati da Batman o da Capitano Uncino. Ai tavoli, sedevano, tra gli altri, i rappresentanti degli hedge fund e dei fondi istituzionali più ricchi e di successo al mondo. Tanto per citarne uno quello di John Paulson, il newyorkese salito alla cronaca dei riflettori per avere creato un impero scommettendo sul crollo dei mutui americani. Ma non solo Paulson. Accanto a lui altri colossi mondiali come Fidelity (1700 miliardi di dollari in gestione), Fortress (68 miliardi), il Canadian Pension Plan (oltre 200 miliardi di dollari) e Allianz Global.
Dall’altra parte della barricata, per così dire, una trentina d’imprese italiane. Gioielli del sistema impresa di casa nostra stanchi delle vessazioni del governo che si sono detti disposti a farsi – seppur a livelli diversi – acquisire da colossi e multinazionali estere. Alla faccia del decreto che dovrebbe rilanciare a salvare il Paese. Alla faccia del Tfr in busta paga, dell’articolo 18 e di tutto il fumo senza arrosto cheRenzi e i suoi continuano a mettere in tavola.
Qui, nelle sale riservate di uno dei più noti hotel milanesi, sul tavolo non c’erano promesse, ma il motore del Paese. Un motore pronto a muovere e correre per qualcun altro. A “promuovere” il sistema Italia, quattro amministratori delegati: Fabrizio Viola di Mps, Carlo Cimbri di Unipol, Pietro Salini di Salini Impregilo e Matteo Del Fante di Terna. Quattro uomini che rappresentano una parte importante del Paese e che, almeno quanto a buonsenso, dovrebbero tutelarla.
Come si siano conclusi gli incontri riservati tra rappresentanti del mondo produttivo e possibili investitori/acquirenti non è dato saperlo, ma visto il calibro delle imprese rappresentate tra cui grandi gruppi del settore dei media, municipalizzate dell’acqua e dell’Energia, società a controllo pubblico , ex monopolisti della telefonia, punti di riferimento della meccanica e della siderurgia, oltre ai principali gruppi bancari di casa nostra, qualche timore monta. Soprattutto pensando a quanto riferisce uno dei presenti che vuole rimanere anonimo: «Non credo sia ancora giunto il momento nel quale questi grandi colossi vogliano investire. Ma di certo è quello in cui comprare. Comprare e mettere da parte qualcosa che oggi costa poco ma che domani potrebbe aumentare di valore». E se questo qualcosa non fosse il nostro sistema produttivo, saremmo anche d’accordo con lui.