Ebola, l’Italia è pronta?
Mentre la Spagna mette in isolamento tre persone che sono state in contatto con l’infermiera contagiata, il ministro Lorenzin cerca di rassicurare sul sistema di filtro italiano. Ma due volontari appena rientrati dal Congo: «Su di noi nessun controllo».
L’allarme ebola sbarca in Europa. Dopo la notizia del primo contagio avvenuto nel Vecchio Continente, a Madrid, dove sono stati messe in quarantena altre tre persone, i sistemi sanitari dei vari Stati hanno innalzato il grado di allerta. Questo almeno stando a quanto dichiarato dalle autorità.
Già, perché la realtà appare molto più caotica del previsto e con un numero di variabili non contenibili nelle misure messe in campo dai vari Paesi. Prendiamo l’Italia, per esempio. Il ministro della SaluteBeatrice Lorenzin, sentita sull’argomento dalla commissioni riunite Affari Esteri e Affari Sociali della Camera, ha cercato di rassicurare tutti sulla capacità del nostro Paese di fronteggiare l’emergenza: «In Italia le segnalazioni di casi sospetti al ministero della Salute sono state numerose e sono state tutte attentamente vagliate, per fortuna si sono rivelate tutte dei falsi allarmi. Ma questo va bene perché vuol dire che c’è un sistema di alert molto attento».
Parole che però fanno un po’ a pugni con la realtà. Proprio ieri infatti Il Resto del Carlino ha pubblicato la storia di due volontari italiani appena rientrati dal Congo, Paese inserito – come ha sottolineato lo stesso ministro nella sua audizione alla Camera – nella lista dei quattro più a rischio (Insieme a Liberia, Sierra Leone e Guinea). I due, Lucia Della Bartola e il compagno Massimo Pagliai, hanno raccontato di non aver avuto alcun tipo di controllo particolare all’aeroporto, e lo stesso è stato anche per tutti passeggeri congolesi a bordo.
«Siamo saliti in aero a Kinshasa – ha raccontato Della Bartola – insieme a tantissimi congolesi provenienti da diverse aree del Paese, dove l’epidemia si sta espandendo velocemente. Pensavamo ci avrebbero posto problemi a tornare in Italia, invece nessuno ci ha chiesto nulla, se non i documenti. Poi è arrivato il momento dello scalo a Parigi, dove tutti i congolesi sono scesi e, anche in questo caso, il personale addetto ha impiegato diverso tempo solo per il controllo dei passaporti e dei visti. Infine l’arrivo a Bologna e, anche qui, nessuno si è posto il problema dell’arrivo di due cittadini da uno dei Paesi inseriti nella lista di quelli “infetti”». I dati ufficiali dicono infatti che in Congo finora sono morte per Ebola 42 persone mentre il dato sui contagi non è disponibile.
Il racconto dei due volontari italiani stride quindi con l’immagine di un Paese che ha stretto le maglie sanitarie per evitare anche la minima possibilità di contagio. Del resto, lo ha ammesso la stessa Lorenzin alla Camera: in certi casi il sistema fa affidamento su una sorta di “autodenuncia”. «Abbiamo la nostra principale criticità – ha detto il ministro – nell’evacuazione di cooperatori e medici nei Paesi dove stanno prestando opera e che circolano poi liberamente per i nostri territori. C’è assoluta necessità che i cooperatori diano notizia dei loro spostamenti all’interno del territorio europeo anche se stanno bene».
Un sistema insomma su base volontaria, non proprio un esempio di massima allerta. Del resto, la stessa Lorenzin ha anche ammesso che non è ancora disponibile un elenco degli italiani nei Paesi a rischio: «Abbiamo chiesto al responsabile per la Cooperazione allo sviluppo Lapo Pistelli – ha detto alle commissioni – un censimento degli operatori italiani che lavorano nei Paesi colpiti dal virus Ebola», aggiungendo poi che sono «qualche centinaio».
Non c’è da stupirsi quindi se le parole della Lorenzin sono risultate tutt’altro che rassicuranti, tanto che la Lega Nord parla apertamente di «palese sottovalutazione del rischio», e chiede che vengano «chiuse le frontiere per evitare qualsiasi rischio di pandemia».
Del resto, la dinamica della rassicurazione che si trasforma in allarme è la stessa che si sta registrando in queste ore in Spagna. Il ministro della sanità spagnolo, commentando il caso di dell’infermiera di Madrid contagiata dal missionario malato proveniente dalla Sierra Leone, ha assicurato che tutte le procedure di profilassi erano state seguite. Quindi – è il dubbio che agita ora gli spagnoli – il sistema non è così sicuro come avevano voluto farci credere.
E non lasciano tranquilli neanche le misure “draconiane” messe in campo adesso come la quarantena per il marito della donna e la “stretta osservazione” di circa sessanta persone venute in contatto con la donna. E non aiuta a rasserenare gli animi la manifestazione inscenata dai sanitari dell’ospedale dove lavorava l’infermiera contagiata in cui denunciano di non aver «ricevuto formazione adeguata per trattare questo tipo di pazienti». Accuse che sembrano avvalorate anche dalla reazione della commissione europea che ha chiesto immediati chiarimenti a Madrid per capire come sia potuto accadere il contagio nonostante «i protocolli e le regole prescritte».

 

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