L’eurodeputata svedese Ppe, Anna Maria Corazza Bildt: “L’Italia faccia di più sulle impronte digitali”
L’eurodeputata svedese Ppe, Anna Maria Corazza Bildt: “L’Italia faccia di più sulle impronte digitali”

Roma – Italiana di nascita, naturalizzata svedese dopo il matrimonio con l’ex premier Carl Bildt ed europarlamentare del Ppe, eletta nella sua seconda patria.  Anna Maria Corazza Bildt si è sempre occupata di rifugiati, prima all’Onu poi a Bruxelles. «Schengen – dice – è uno dei pilastri dell’Ue e non possiamo rinunciarvi, ma ci vogliono maggiori controlli alle frontiere esterne, anche per gli europei che potrebbero essere foreign fighters, poi una polizia dell’Ue e stiamo già creando una guardia costiera comune, un sistema con tutti i dati dei passeggeri e la lista dei Paesi dov’è possibile il rimpatrio dei clandestini».

Immigrazione di massa e terrorismo stanno frantumando l’Europa unita, con il ritorno ai muri e alle frontiere?

«Sono due cose ben distinte, ma la libera circolazione nello spazio Schengen non può esistere senza un vero controllo ai confini con i Paesi terzi. Ci sono le leggi, i fondi a disposizione, il sistema di identificazione, ma troppi Stati membri purtroppo non rispettano le regole».

Parla soprattutto di Grecia e Turchia?

«Sì, sono stata a Bodrum e dintorni ad ottobre, con la Commissione congiunta Ue-Turchia. Abbiamo promesso 3 miliardi di euro per l’accoglienza dei rifugiati, ma il controllo sistematico alle frontiere ancora non c’è. Bisogna identificare, con le impronte digitali, chi entra e chi esce, per distinguere chi ha diritto d’asilo, che va accolto comunque, dai migranti economici, perché non possiamo farci carico di tutta la povertà del mondo».

Anche l’Italia è sotto accusa perché non riesce a identificare i migranti.

«C’è grande simpatia per la generosità degli italiani, ma c’è irritazione perché il Paese non fa la sua parte con le impronte digitali. Molti Paesi del Nord si trovano a dover fare loro la prima accoglienza. In Europa servono leader che non sbattano i pugni sul tavolo ma si prendano le loro responsabilità, con molto più coraggio politico che nel 2015».

Si è scoperto che molti terroristi sono combattenti stranieri e hanno un passaporto Ue.

«Per contrastare il fenomeno l’europarlamento vuole rafforzare il regolamento di Schengen e registrare anche gli europei che entrano ed escono. Sapere quante volte e quando una persona è stata in Siria, ad esempio, serve molto alle nostre polizie. Per sorvegliare le coste, in particolare in Grecia, vogliamo rafforzare Frontex ma serve una guardia costiera europea, anche se ci sono resistenze perché si toccano le prerogative nazionali. Dopo un lungo braccio di ferro con sinistra e verdi che si preoccupavano della privacy, a dicembre abbiamo sbloccato il Passengers name record, per utilizzare i dati di tutti i viaggiatori. E nei primi mesi del 2016 indicheremo tutti i Paesi dov’è possibile il rimpatrio. In Siria non si può per la guerra, ma in Irak ci sono regioni tranquille e altre no, dobbiamo valutare attentamente».

Intanto, dopo i muri nell’Est arrivano i controlli alle frontiere tra Svezia, Danimarca e Germania e la Slovacchia chiude ai musulmani.

«Abbiamo aperto 20 procedure d’infrazione per Paesi, dall’Ungheria alla Slovacchia, che non accettano le norme comuni. Per il piano delle quote è stato uno scandalo: il Ppe vuole rendere obbligatoria e non volontaria la redistribuzione dei rifugiati. La Svezia nel 2015 ne ha accolti 163 mila, è in testa per l’impegno, ma un flusso così concentrato mette sotto stress anche il miglior sistema. Il governo sinistra-verdi, che ha sempre seguito la politica delle porte aperte, ha fatto retromarcia. Ha sbagliato a non agire prima e chiedere aiuto all’Ue, per un atteggiamento cieco e ideologico. Anche per questo nelle elezioni 2014 è cresciuta l’estrema destra xenofoba e populista».

L’Ue dice che i controlli saranno tolti il prima possibile.

«Sarebbe gravissimo se rimanessero troppo. Ho chiesto alla Commissione in un’interrogazione parlamentare se questa legge svedese è legittima rispetto a Schengen. I controlli possono durare 1 mese o 2, 6 in casi eccezionali. Ma una parte controversa della norma arriva a 2 anni».

Fonte: qui

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