L’invasione cinese non si ferma: ora conquista la pummarola
L’invasione cinese non si ferma: ora conquista la pummarola

Importiamo 200mila chili al giorno di concentrato a prezzi stracciati che imprenditori senza scrupoli confezionano. E vendono come made in Italy.

Il suo impiego consueto è nell’analisi di opere d’arte, reperti archeologici, meteoriti. Ma lo spettrometro di massa ha proprietà sorprendenti: Francesco Mutti, amministratore delegato dell’azienda di conserve alimentari che porta il nome di famiglia, ha finanziato uno studio per un impiego molto particolare dell’apparecchio.

Stabilire cioè da quale angolo del pianeta proviene un pomodoro. Il problema è tremendamente sentito nella «Food Valley» di Parma (la Mutti ha sede a Montechiarugolo e i suoi conferitori si trovano nel raggio di 130 chilometri al massimo), invasa da concentrato made in China e spacciato come nostrano.

Un docente dell’Istituto di chimica agraria dell’Università Cattolica di Piacenza e il responsabile del Lims (Laboratory for isotope mass spectrometry) dell’istituto Cobianchi di Verbania hanno messo a punto un metodo infallibile. Se questa analisi radioisotopica – condotta su bacche, pelati, passate e concentrati – fosse applicata su larga scala, la contraffazione sull’«oro rosso» sarebbe pressoché debellata. Invece la realtà rimane drammatica: dalla Cina arrivano enormi quantità di triplo concentrato di pomodoro a prezzi stracciati che industriali conservieri senza scrupoli allungano con acqua e un po’ di prodotto nostrano. E la pummarola che se ne ricava è venduta come made in Italy.

Il simbolo della dieta mediterranea dà ancora lavoro a 20mila persone nelle 173 aziende conserviere italiane, con vendite per un valore di 2 miliardi di euro. Sono 8mila le aziende agricole che coltivano pomodori per la trasformazione industriale su una superficie complessiva di 85mila ettari. Un patrimonio minacciato dalle massicce importazioni di concentrato cinese, in continua crescita.

La Cina non nasconde i propositi di egemonia commerciale in campo agricolo. Il fulcro di questa strategia è la Xinjiang Production and Construction Corps (Xpcc), colosso industriale quotato alla Borsa di Shenzhen che fu fondato nel 1954 per ordine di Mao da uno dei suoi collaboratori più stretti, il comandante Wang Zhen, e ancora adesso è guidato da un militare. Accanto ad attività commerciali, distributive, immobiliari, edili, editoriali (possiede anche un quotidiano e stazioni televisive) e scolastiche (tra cui due università), la Xpcc ha il suo «core business» nell’agricoltura. Cotone, frutta, verdura, oli vegetali, barbabietola da zucchero, uva.

Una delle sue 11 filiali, la Xinjiang Chalkis Co. Ltd, è la seconda azienda al mondo nella trasformazione dei pomodori: ne lavora 1,3 milioni di tonnellate l’anno nei 23 stabilimenti disseminati tra Cina e Francia. Di queste, soltanto 255mila tonnellate sono destinate al consumo interno e il resto viene esportato. Proprio dalla Francia, con l’acquisizione di Conserves de Provence, è partita la conquista del mercato europeo, il secondo bacino di produzione mondiale dopo gli Stati Uniti. L’Italia produce ogni anno 5,8 milioni di tonnellate di pelati, polpa e conserve e la sua leadership è gravemente minacciata.

La produzione di pomodoro in Cina è cominciata soltanto nel 1990 e in appena 25 anni è partita alla conquista delle tavole di tutto il mondo benché la qualità sia nettamente inferiore a quella europea e americana: meno varietà, minore resa, tecniche colturali arretrate. Tuttavia in Occidente, accanto alle vendite all’ingrosso, si sta diffondendo anche il commercio al dettaglio di salse cinesi soprattutto attraverso internet e portali come Alibaba. Per attirare i consumatori occidentali i barattoli portano la dicitura «No ogm».

Secondo un dossier redatto da Coldiretti, dalle coop agricole dell’Unci e dalle industrie conserviere aderenti all’Aiipa, dalla Cina sbarcano fusti da 200 chili con concentrato di pomodoro che dev’essere rilavorato e poi confezionato come prodotto italiano. Ogni giorno si calcola che arrivino nei porti italiani in media un migliaio di fusti. Queste importazioni squilibrano il mercato e gettano pregiudizio su tutto il made in Italy alimentare. Produttori privi di scrupoli acquistano il semilavorato, lo mescolano con succo di pomodori coltivati nella Pianura Padana e lo rivendono all’estero, soprattutto in Germania, come salsa italiana. Quando si viene scoperti si rischia appena una denuncia per frode nell’esercizio del commercio.

Ma oltre alla concorrenza sleale queste pratiche pongono altre questioni. Quali standard sanitari vengono applicati? La coltivazione avviene sfruttando il lavoro forzato dei detenuti, pratica diffusa in molte aziende alimentari cinesi come denuncia la Laogai Foundation? La famiglia media italiana acquista ogni anno in media 31 chili di pelati, passate, polpa. Credono di comprare pomodoro di Pachino, e in cucina si ritrovano Pechino.

 

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