Parigi si ribella a Bruxelles e manda al diavolo l’austerità
La Francia «per adattarsi alla situazione economica» si rifiuta di procedere a nuovi tagli. Il deficit schizzerà quest’anno al 4,4% e rientrerà nei parametri Ue solo fra tre anni.
Si sappia: “austerità” non è una parola francese, austerité n’est pas français, non più. Il governo di Parigi l’ha detto chiaro, e ha anche indirizzato il messaggio con la massima precisione: parla per Berlino e per i Paesi nordeuropei che insistono perché il Sud dell’Europa rimetta a posto i conti pubblici a costo di catastrofi sociali e politiche. Per bocca del ministro delle Finanze Michel Sapin, la Francia rifiuta di adottare nuove misure di austerità, e nella legge di bilancio prevede per il 2015 un deficit pari al 4,4% del Pil, quindi uno appena sotto, al 4,3% per l’anno successivo. Nel 2016 il disavanzo scenderà al 3,8%, e non tornerà entro il limite del 3% contemplato dalle norme europee prima del 2017. Il pareggio di bilancio, quello sarà raggiunto solo nel 2019. In precedenza Parigi si era impegnata a scendere sotto il 3% fin da quest’anno.
Sapin aveva già detto che i target di disavanzo per il 2015 erano inattuabili, e ha ribadito che l’anno seguente e nel 2017 la Francia crescerà solo dell’1 e del’1,9%. L’allentamento dello sforzo significa che il debito pubblico toccherà nel 2016 un massimo del 98% del Pil, iniziando una lieve discesa solo nel 2017.
Non è che non si sapesse anche prima che la riduzione del deficit e del debito a colpi di tasse e di tagli alla spesa sociale è una linea luttuosa e insostenibile. Ma a dirlo, prima, erano solo i Paesi del Sud dell’Europa. L’esperienza che noi “euroterroni” abbiamo già fatta è tanto dolorosa quanto chiara: con tasse e tagli l’economia finisce in recessione, vengono a mancare le energie per ripartire, e oltre alle inevitabili conseguenze politiche si ha l’effetto paradossale che il debito pubblico, in proporzione al Pil, cresce anziché diminuire come sarebbe l’obiettivo. Solo che finché lo dicevamo solo noi, per la Germania era un gioco da ragazzi passarci sopra. Ora che lo dice la Francia, e per di più lo fa prendendo decisioni sovrane, è tutta un’altra storia. Adesso c’è veramente una partita da giocare a livello europeo. Solo l’accoppiata Francia più Italia significa una forza economica superiore del 34% a quella tedesca. La gerarchia si rovescia.
Per questo a metà ottobre, quando la Commissione europea si dovrà esprimere sui programmi economici dei vari Paesi, la discussione non sarà più così scontata, con gli Euroterroni che si cospargono il capo di cenere e gli altri che si compiacciono perché qualche altro milione di persone è finito al di sotto del livello di povertà. La Francia si farà valere, e non saranno i possenti belati di cui solo è capace il nostro governo romano. Nonostante il solito bisogno dei politici di dire tutto e il contrario di tutto, infatti, stavolta il messaggio francese è abbastanza forte e chiaro. «Abbiamo preso la decisione di adattare il passo della riduzione del deficit», ha detto Sapin, «alla situazione economica del Paese». Questo è il cerchio, ma poi c’è un colpetto anche per la botte: «La nostra politica economica non sta cambiando, ma il deficit sarà ridotto più lentamente del previsto a causa delle circostanze economiche». La Francia «si è assunta le sue responsabilità» in materia di bilancio, e l’Europa «deve a sua volta assumersi le proprie» di fronte alla crescita che traballa. Il ministro ha precisato che la Bce aveva fatto la sua parte, e che la sua osservazione valeva per i «Paesi eccedentari», e wer es verstehen will, so verstehe er es , che è «chi vuole intendere intenda» in tedesco, e mica è per caso se lo riporto in tedesco.
Se uno sta all’interno della Francia, può certo criticare il governo per i suoi errori. Florian Philippot, vice presidente del Front National (destra), dice che il progetto di bilancio «getta nella costernazione» e che continuano i colpi alle famiglie, come l’aumento della tassa sul gasolio e la riduzione dei finanziamenti agli enti locali. «Il budget non è sincero» attacca François Fillon, uno degli esponenti più in vista del principale partito di centro-destra, l’Ump: il governo volta la testa al riequilibrio dei conti e i tagli sono per la maggior parte virtuali. All’estremo opposto, Jean-Luc Mélenchon (Partito della sinistra) ha affermato che questa politica economica non ha mai funzionato da nessuna parte.
Ma tutto questo riguarda solo i francesi. Noi che siamo fuori dalla Francia ma dentro l’Europa, per di più nello scomodo ruolo degli austeri per forza, prendiamo atto di un paio di affermazioni del primo ministro Manuel Valls che si potranno usare a livello europeo: «La crescita e l’inflazione sono un problema vero. Bisogna adattare la nostra politica». Il precedente obiettivo di un 3% di deficit nel 2015 avrebbe significato «entrare nell’austerità e mettere in causa il nostro patto repubblicano», ha detto davanti all’Assemblea. Insomma, austérité n’est pas français. Poi, essendo francese, ha agito di conseguenza. Mentre a Roma parlano, parlano. E austerity continua a essere italiano.

 

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