Torino come Colonia: Io, nella tana del lupo aggredita da immigrati
Torino come Colonia: Io, nella tana del lupo aggredita da immigrati

Non ci sono solo Colonia, Zurigo, Salisburgo ed Helsinki. Le violenze degli immigrati contro le donne europee non si fermano ai fatti di Capodanno nel Nord Europa.

Anche in Italia, ogni giorno, succedono le stesse cose. Letizia Tortello, cronista della Stampa, ha provato l’esperienza di camminare in tarda serata per Torino, città martoriata dalla presenza di immigrati lasciati a loro stesse nelle strade.

“Fiorellino! Ma dove vai? Vieni, hey, ti ho detto vieni qua, dai vieni qua che ti facciamo la festa”, le dicono durante la passeggiata. Poi, racconta la Tortello, gli immigrati hanno continuato le loro molestie: “Fischio, rifischio, insiste: “Psssss, dove vai tutta sola?””. “Se ti avventuri in quel quadrilatero di strade che una ragazza torinese sola sa che è meglio non frequentare – racconta la cronista – ciò che porti a casa, oltre a una montagna di complimenti più o meno insistenti, più o meno smaccati e invasivi, è un misto di vergogna, fastidio, sì anche paura che non basti dire di no. ‘Non ci vengo con te a fare la festa, non voglio fare un giro o bere qualcosa, non voglio conoscerti e se smetti di seguirmi è anche meglio'”.

Le strade di Torino, così come quelle di tante altre città, sono un enorme campo “profughi” dove immigrati senza lavoro passano le loro giornate. “Non capisci – continua la Tortello – cosa ci facciano tanti uomini assiepati tutto il giorno in strada. Se ci passi in mezzo ti guardano come un corpo estraneo. Occhiate. Tentano di schedarti. Si avvicinano. ‘Sei uno splendore, complimenti, se vuoi ti accompagno. Dai vieni con me, dove vai?’. Uno di loro si fa più insistente. Scende dalla fermata del bus che sta aspettando e ci segue. ‘Non andare via, ooh, torna indietro. Ti pago dai. Quanto vuoi, 70 euro?’. La cronista non si lascia avvicinare: “‘Non voglio niente, sto aspettando delle mie amiche”. È un ragazzo sulla quarantina – continua la giornalista – di origini marocchine, l’unica cosa che gli chiediamo è ‘cosa ci fai qui?’, non si fa problemi a dirci che spaccia. Poi ritorna alla carica: ‘Dai, andiamo da me, sono a due fermate di pullman’. A lui si aggiungono in cinque. Altri commentano, poco più in là. Branchi di maschi. Divisi per gruppi di etnie, i cinesi che non ti danno confidenza, gli africani e qualche italiano che fanno affari, perché come dice Mounir, 21 anni in libertà vigilata dopo un mese di carcere perché ha guidato delle auto rubate, ‘qui a Porta Palazzo compri di tutto, armi, droga, donne, basta pagare e sapere a chi chiedere’, e poi ci sono i marocchini che fanno gruppo per i fatti loro.

Non serve l’oscurità della notte inoltrata per “liberare” le voglie degli immigrati. Basta una passeggiata di pomeriggio tardo. “Yassin da Marrakech – aggiunge la cronista – ci approccia con un ‘ciaaaao principessa, vuoi un po’ di compagnia’». Anche lui non molla l’osso. Ci propone di andare a bere, prima una birra, pur ammettendo di essere musulmano: ‘Io sono un bravo ragazzo, giuro su mia madre’. Poi un caffè. Ci chiede il numero, vuole presentarci gli amici. Al secco no, si volta offeso”.

Poi anche i ragazzi nigeriani. Uno di loro mi “propone – racconta la Tortello – di andare in uno degli hotel lì intorno”. Ordinaria follia, che racconta di come gli immigrati non abbiano rispetto delle nostre donne. Nel nostro Paese.

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